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Febbraio 2019, Anno XI, n. 2

Giorgio Gori

Un mestiere da pazzi

"Non dico che si debba essere dei pazzi a voler fare il Sindaco (come sostenne Cacciari qualche tempo fa in un’intervista), ma poco ci manca."

Telos: Ogni volta che si parla dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio, viene utilizzata l’espressione, suggestiva, di Sindaco d’Italia. Ma allora è vero che un Sindaco ha, nell’amministrare la propria città, più potere di quanto non ne abbia oggi il Presidente del Consiglio?

Giorgio Gori: Più potere proprio non credo: anche se con questo Governo la figura del Presidente del Consiglio pare essere parecchio ridimensionata rispetto al passato. Forse c’è molta più vicinanza ai problemi e alle persone, c’è anche forse più possibilità di inventarsi soluzioni vista la grande conoscenza del contesto che i Sindaci devono avere. Ma fare il Sindaco è tutt’altro che semplice: pensate che l’ex Sindaco di Forlì Balzani qualche anno fa scrisse un libro sulla sua esperienza amministrativa e lo intitolò “Cinque anni di solitudine”. Io venivo anche da una lunga esperienza manageriale e ho faticato molto ad adeguarmi a un sistema fatto di una rete fittissima di leggi, codici e burocrazia, che tante volte rallentano notevolmente l’attività e le soluzioni ai problemi. I problemi sono tanti, le risorse economiche non sempre floride, gli apparati amministrativi non sempre rispondono con prontezza alla frenesia delle dinamiche dei nostri tempi… è un mestiere bellissimo, che richiede un impegno totale… Non dico che si debba essere dei pazzi a voler fare il Sindaco (come sostenne Cacciari qualche tempo fa in un’intervista), ma poco ci manca.

La crisi del sistema dei partiti è stata molto probabilmente l’origine del diffuso sentimento anti-politico. Eppure questo distacco tra cittadini e la politica è molto meno forte quando si parla del Sindaco. Riscontra ancora passione politica tra i suoi cittadini?

Io abito in una città di 120mila abitanti, una dimensione che favorisce notevolmente l’incontro tra i cittadini, i problemi di tutti i giorni e il loro Sindaco. I bergamaschi mi vedono camminare per strada, passano sotto le finestre del mio studio tutti i giorni e io condivido con loro non solo lo stesso spazio, ma anche gli stessi problemi e le stesse speranze. Credo che questo avvicini notevolmente l’istituzione ai cittadini e serva a contrastare quel sentimento anti-politico che ormai ha preso piede nel nostro momento storico. Il Sindaco poi non è un politico vero e proprio: è un Amministratore, una figura molto diversa da quella del politico puro, siamo molto più vicini ai problemi e molto più propensi alle soluzioni. Credo che sia un fattore determinante.

Sono quasi trascorsi i 5 anni dalla Sua elezione nel giugno del 2014 a capo di una giunta di centro-sinistra. Nel 2016 un sondaggio indicava in Lei il Sindaco più amato d'Italia, con fiducia a livelli altissimi, ben il 62,6%. Quali sono stati i punti caratterizzanti del suo programma di governo e quali tra questi è riuscito a realizzare nel creare, quello che Lei ha definito, il modello Bergamo?

Credo che Bergamo sia una città che ha dei problemi, ma che rappresenta anche un modello positivo per l’Italia, fatto di efficienza, visione e voglia di risolvere le questioni. I bergamaschi sono persone molto fiere della propria città, verso la quale provano un senso d’attaccamento non comune. Per noi è la stessa cosa e abbiamo lavorato sempre pensando che nella nostra città si potesse fare meglio che in ogni altra città italiana. La nostra cifra stilistica in questi cinque anni è stata quella di attaccare i problemi, tutti quelli di cui la nostra città ha sempre sofferto. Abbiamo risolto questioni che erano sospese da anni, da decenni, proprio per la determinazione con la quale abbiamo affrontato le cose, dedicandoci a questo mestiere a tempo pieno e senza risparmiarci. E la città si è sentita coinvolta, ha lavorato con noi in questo processo di trasformazione: solo in ambito urbanistico, entro il termine della nostra Amministrazione saranno stati avviati progetti per la riqualificazione di 340mila metri quadrati in città, per investimenti di oltre 257 milioni di euro. Oppure il wi-fi pubblico: siamo una delle città europee più smart da questo punto di vista, con oltre 130 hotspot, panchine intelligenti, fibra ottica nelle scuole elementari e medie.
Abbiamo fatto poi di Bergamo un modello di accoglienza, che siamo riusciti a tradurre concretamente nell’esperimento – unico nel suo genere – dell’Accademia per l’Integrazione, una scuola che accompagna i richiedenti asilo durante il periodo nel quale le loro domande sono al vaglio delle commissioni territoriali attraverso l’insegnamento dell’italiano, formazione e lavoro volontario. Si tratta di un modello replicabile in qualunque città italiana, al quale abbiamo lavorato con Caritas e Confindustria e che ci sta dando importanti risultati.
E potremmo parlare di molte altre cose, delle scuole aperte al pomeriggio con progetti aperti ai quartieri, di sicurezza partecipata con gruppi di controllo del vicinato o la app 1SAFE, di innovazione nei servizi ai cittadini e molto altro ancora. Ecco, con modello Bergamo parliamo di questo: una città in grado di crescere, di trovare soluzioni innovative, di aprirsi al mondo, che lavora tutta insieme per divenire più attrattiva.

Ad ottobre scorso Lei ha sciolto la riserva e ha dichiarato “Sono disponibile a ricandidarmi a Sindaco”. Le elezioni si terranno il 26 maggio, voto congiunto con le Europee. Quali sono i motivi alla base di questa scelta?

Si diceva che per fare il Sindaco bisogna essere pazzi. Forse lo sono più di quanto io abbia creduto… scherzi a parte, uno dei motivi è proprio quello di proseguire l’esperienza di quel modello Bergamo di cui rivendico l’efficacia: se riuscissimo a proseguire per altri 5 anni quello che abbiamo intrapreso dal 2014 a oggi, la nostra città farebbe un salto in avanti davvero importante. Abbiamo avuto una visione di città nel 2014, che abbiamo inseguito prima e costruito poi con grande impegno e determinazione. Come ogni buon bergamasco che si rispetti, non sono capace di lasciare le cose a metà.

Marco Sonsini

Editoriale

Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, inaugura quella che, noi di PRIMOPIANOSCALAc, speriamo sarà una lunga serie di interviste ai sindaci italiani e stranieri. Ringraziamo subito Gori, non solo per l’immediata disponibilità, ma per aver riportato alla memoria due contributi dal valore inestimabile per far comprendere il ruolo, i compiti, l’impegno e in fondo la vita che conduce un Sindaco che si rispetti. Ci riferiamo al libro dell’ex Sindaco di Forlì, Roberto Balzani, studioso di storia politica e amministrativa, dal titolo icastico "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" e dalla provocatoria (come al solito) intervista a Cacciari del 2016, del quotidiano La Repubblica, nella quale l’ex sindaco di Venezia afferma "Il sindaco è un parafulmine universale. È in cima alla casa, se arriva un fulmine se lo becca lui." E alla domanda su cosa significa oggi fare il Sindaco, Cacciari risponde "Bisogna essere dei pazzi". Sarà anche vero ma a nostro avviso, essere sindaco, sia ieri che oggi significa essere in grado di gestire la pesante responsabilità di decidere per il sì o per il no su una determinata cosa. E nel caso dei sindaci le cose sono molto ben determinate, nel senso che sono decisioni che impattano sulla vita quotidiana di ognuno di noi in maniera immediata e immediatamente giudicabile. Questa responsabilità di decidere il sindaco non la può evitare, non può dire a tutti di sì: il bene comune della città non è uguale alla somma dei benefici individuali. Gori ci dice che "i problemi sono tanti, le risorse economiche non sempre floride, gli apparati amministrativi non sempre rispondono con prontezza alla frenesia delle dinamiche dei nostri tempi". I bisogni delle persone e dei territori sono aumentati e cambiano velocemente: anzianità, povertà, immigrazione, disoccupazione, spopolamento, abbandono scolastico, il trasporto pubblico, la raccolta dei rifiuti, emergenze che si moltiplicano. È importante quindi circondarsi di competenze adeguate: di un’amministrazione che sia in grado di spiegare (il sindaco non può sapere tutto) che rapporto di causa effetto c’è tra una delibera e la realtà, quali sono i possibili ostacoli procedurali tra una decisione e la sua applicazione, insomma i tempi e i modi, ineludibili, della burocrazia. L’esperienza fatta come manager, dice Gori, non lo aveva certo preparato ad affrontare questo sistema. Con buona pace di quelli che sostengono che il sindaco deve essere un manager! Prima di tutto, invece, deve essere un amministratore della cosa pubblica, e sapere come fare funzionare gli ingranaggi della macchina pubblica. Deve anche essere un fine politico, che riesce a coinvolgere i propri cittadini nell’impegno necessario per trovare una soluzione ai problemi. La frase che Gori usa come uno degli elementi del raggiungimento di alcuni obiettivi "la città si è sentita coinvolta" è specchio di questa sua caratteristica di politico. Dopo aver descritto un mestiere che per complessità ed impegno fa tremare i polsi cosa decide Gori? Di ricandidarsi, perché? Perché come un bergamasco che si rispetti non riesce a lasciare le cose a metà.
Un’ultima annotazione. Per questa serie sui sindaci abbiamo pensato a delle copertine un po’ particolari. Rappresenteranno un elemento distintivo della città, senza cadere però nella banalità della cartolina. A questa immagine verrà associato un detto popolare, possibilmente in dialetto. Per Bergamo è stato scelto Arlecchino, maschera della città, che, secondo la tradizione, nasce in un quartiere povero di Bergamo. Il detto è Caràter de la rassa bergamasca, fiama de rar, sóta la sènder brasca, che ci sembra descrivere perfettamente la straordinaria gente di questa città, gente che raramente è fiamma appariscente, ma, sotto la cenere, conserva viva una brace sempre accesa!

Mariella Palazzolo

Giorgio Gori

Giorgio Gori è il Sindaco di Bergamo. Nel 2014 vince le primarie e diventa il candidato Sindaco del PD. Alle elezioni, dopo essere risultato il più votato al primo turno con il 45,48%, riesce a sconfiggere al ballottaggio l’allora sindaco di centrodestra Franco Tentorio riportando così il Partito Democratico alla guida della città lombarda. Ma la sua storia professionale è un’altra. Negli anni universitari inizia fin da subito a lavorare come giornalista. La prima esperienza fu a Radio Bergamo, diretta allora da Vittorio Feltri, per passare all’Eco di Bergamo e poi a Bergamo Oggi. Interrotta la carriera giornalistica, Gori, nel 1984, si avvicina al mondo della televisione. Entra in Rete 4 e lì ha come mentore Carlo Freccero. Nel 1988, dopo l’arrivo della Fininvest, è responsabile del palinsesto delle tre reti, nel 1991 è direttore di Canale 5 per passare poi nel 1997 a dirigere Italia Uno, per tornare a Canale 5 nel 1999. Nel 2001 arriva un’altra svolta professionale: fonda la società di produzione televisiva Magnolia, che lascia, abbandonando ogni incarico e partecipazione, nel 2012, l’anno del suo ingresso in politica. Dopo essersi iscritto al Partito Democratico nel 2011, Gori inizia a curare la comunicazione di Matteo Renzi. Dopo essere diventato primo cittadino di Bergamo, il passo successivo è stato quello di tentare la scalata al Pirellone: è il candidato del centrosinistra alle elezioni regionali in Lombardia del 2018, nelle quali viene sconfitto dal candidato del centro-destra, Attilio Fontana.
Gori è nato a Bergamo, ha 58 anni ed è laureato in Architettura. Ha sposato, nel 1995, in seconde nozze, la conduttrice televisiva Cristina Parodi con la quale ha avuto tre figli: Benedetta, Alessandro e Angelica.

Marco Sonsini