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Dicembre 2017, Anno IX, n. 12

Valerio Massimo Manfredi

Odisseo contemporaneo. Il mio nome é Valerio Massimo

La Storia è recupero della memoria collettiva, la memoria si traduce in consapevolezza e successivamente in identità. Si tratta dunque di un’attività fondamentale perché nessuno può vivere senza memoria e nessuno senza identità

Telos: La storia è memoria. Una memoria che gli storici si sforzano, attraverso lo studio dei documenti, di rendere oggettiva, la più veritiera possibile. Come interpreta il suo ruolo di storico che scrive anche romanzi?

Valerio Massimo Manfredi: Si tratta di due attività separate, ma non rigidamente. Nei testi storici ci sono anche forme narrative, teatrali (vedi il discorso dei Meli e degli Ateniesi durante la guerra del Peloponneso narrata da Tucidide), così come in testi letterari (Anna Karenina di Tolstoj, I Promessi Sposi di Manzoni, Io, Claudio di Robert Graves), ci possono essere ricostruzioni storiche di grande rigore e di straordinaria efficacia o addirittura anticipazioni o riabilitazioni di personaggi storici precedenti a quelle degli storici professionisti. Personalmente non ho ruoli ma solo autorialità di testi di vario genere che possono essere giudicati da chi li legge, non da chi li scrive.

Storia e radici culturali, sono elementi ai quali, volente o nolente, siamo legati. Tra nazionalismi emergenti e spinte irreversibili verso la globalizzazione come possiamo trovare un punto di equilibrio?

La Storia è recupero della memoria collettiva, la memoria si traduce in consapevolezza e successivamente in identità. Si tratta dunque di un’attività fondamentale perché nessuno può vivere senza memoria e nessuno senza identità. La globalizzazione è una sorta di centrifuga in cui tutto si frantuma e si dissolve in un plasma senza confini e senza limiti di alcun tipo in cui l’individuo percepisce se stesso come una nullità persa nel turbine e di cui nessuno si accorge, da cui il senso di solitudine e il disperato bisogno di visibilità. Come dire: “esisto!”

Leggere la sua biografia è come leggere un romanzo. All’inizio era un archeologo. Girava il mondo per scavare e per cercare di svelare i grandi misteri della storia. Condurre una spedizione archeologica è, forse, anche un pizzico pericoloso. Può attingere ai suoi ricordi per noi?

Io sono tuttora un archeologo militante anche se tengo sempre abbastanza celata la mia attività di ricerca scientifica per non attirare attenzioni indesiderate o sarcasmi fuori luogo. In realtà in archeologia non ci sono misteri da svelare ma problemi da risolvere, ma la ricerca di documentazione che possa far luce sui punti meno chiari della narrazione storica.
È vero, ne ho vissute tante di situazioni avventurose: sono stato arrestato due volte, ho rischiato di soffocare in una grotticella il cui fondo era coperto da una polvere fine come il talco e intrisa di urina di ibex. Dentro allo ziggurat di Nimrud sono stato incluso in una nube di pipistrelli svegliati dalla mia torcia elettrica. Riuscii a trattenere il respiro fino a raggiungere finalmente l’aria aperta consapevole che se avessi inalato mi sarei ucciso. Nimrud è tra i siti archeologici più importanti in Iraq. Uno dei monumenti più importanti di Nimrud era lo ziggurat locale, cioè un edificio sacro a forma piramidale – ma con molti meno livelli delle piramidi egiziane – tipico della religione politeista della Mesopotamia. Costruito attorno al 900 a.C., era uno dei pochi rimasti in piedi in tutta la Mesopotamia, dato che spesso venivano costruiti con mattoni di fango. Nel 2016 l’ISIS ha raso al suolo Nimrud, e lo zigurrat della mia piccola avventura non esiste più.

Lei incarna un esempio di grandissimo successo di una letteratura che coniuga qualità scientifica e qualità letteraria. Eppure, la parola divulgazione in un’Italia letteraria molto snob, fa alzare qualche sopracciglio di troppo. Come risponde a questo snobismo?

Non rispondo perché lo snobismo bisogna poterselo permettere. In realtà il sopracciglio supponente è spesso soltanto una forma di ammissione di irrilevanza della propria produzione o di opacità della propria presenza in campo culturale. Rispondere non vale la pena perché molte di queste persone sono a tal punto oscure da chiamare sprezzantemente divulgatore chiunque abbia contatti superiori alle poche decine. Naturalmente considerandolo dilettante pasticcione e superficiale.
In effetti il divulgatore è quasi sempre un non addetto ai lavori che pensa di capire il linguaggio degli specialisti e di poterlo tradurre per il vulgo -da cui la sua etichetta- profano.
Il che non credo sia il mio caso: ho almeno una quarantina di pubblicazioni scientifiche fra cui quattro monografie anche in inglese e spagnolo ma mi esprimo con semplicità, che non significa banalità, se ho un pubblico di non specialisti.
Per non fare che alcuni esempi ho tenuto un seminario al New College di Oxford per invito del prof. Robin Lane – Fox, una lectio magistralis al Pembroke College di Cambridge, un semestre di Etruscologia alla Sorbona di Parigi, una lectio magistralis all’Università Nazionale di Camberra. Un seminario al dipartimento di Storia di UCLA e conferenze in tutte le principali università del mondo. Claude Mossé in una sua biografia scientifica su Alessandro ha citato per intero diverse pagine della mia trilogia sul sovrano macedone e questo accade assai di rado.
Ma l’etichetta di divulgatore non la reputo affatto denigratoria. Tutt’altro.

Marco Sonsini

Editoriale

Il 2017 per Primo Piano Scala c potrebbe essere identificato come l’anno dei Manfredi. Ne abbiamo intervistati ben due. Il secondo, l’ospite di questo ultimo numero dell’anno, è un personaggio di levatura internazionale, uno degli scrittori che meglio interpreta il romanzo storico, uno studioso che ha fatto della sua materia, l'archeologia, unita alla sua passione per la storia, la fonte di ispirazione della sua produzione narrativa meravigliosa e avvincente. Abbiamo intervistato Valerio Massimo Manfredi che, oltre a tutto quello già scritto, è anche docente universitario, giornalista e volto noto della TV. Ma è anche e soprattutto un incantatore. Nella nostra conversazione Manfredi ci descrive il suo metodo di scrittura da storico rigoroso e serio. Le ricostruzioni che ritroviamo nei suoi romanzi sono estremamente attente. Potremmo dire che scrive di un verosimile su base documentale. Ama la storia, ma ha scelto la narrativa. Perché lo storico deve comportarsi come un giudice imparziale, mantenersi freddo e distaccato testimone di un passato che deve raccontare con l’unico obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla verità La narrativa invece non ha limiti se non quelli della verosimiglianza e del rispetto delle verità acquisite e deve tendere alla miglior qualità espressiva possibile. Una vita di studio di scrittura e di avventura quella di Valerio Massimo (ci chiediamo se non sia la personificazione della locuzione latina nomen omen), che non ha mai abbandonato la sua professione di antichista e di archeologo, ma la svolge quasi sotto mentite spoglie, per ‘non attirare attenzioni indesiderate o sarcasmi fuori luogo’ ci confida. Ma non si tira indietro quando gli chiediamo di condividere con noi qualche brutto momento passato all’ombra o alla ricerca dei tesori del passato. Non illudiamoci però, la visione di Manfredi del compito dell’archeologia non è quella all’Indiana Jones. Ci dice che non serve a ‘svelare misteri’ ma a risolvere problemi, attraverso la fatidica documentazione. Non ci siamo negati un momento di contemporaneità, e gli abbiamo chiesto il suo punto di vista su come contemperare la tensione tra nazionalismi emergenti e la spinta verso la globalizzazione. Ci dice che solo la storia ci potrà salvare, quella storia che è ‘recupero della memoria condivisa’ che consente la conservazione dell’unicità e irripetibilità dell’esperienza collettiva. Solo così riusciremo a salvaguardare la nostra identità. Lo punzecchiamo un po’ sui sopraccigli alzati di quegli snob che lo definiscono un semplice divulgatore. Cosa ci ha risposto? Beh, l’intervista dovrete pur leggerla.
Con questo numero di dicembre all’insegna delle gesta epiche di eroi del passato e della cura della memoria storica, tutti noi di Telos vi auguriamo Buone Feste ed un sereno 2018.

Mariella Palazzolo

Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi è archeologo, antichista, scrittore, docente universitario, giornalista e molto altro. Ha insegnato e tenuto seminari in varie università italiane e straniere fra cui la Sorbona di Parigi, la Loyola University di Chicago, l’Università Cattolica di Milano, il New College di Oxford, l’Università dell’Avana, l’Università Nazionale di Canberra in Australia, la Bocconi di Milano e il Pembroke College di Oxford. Ha scavato e condotto spedizioni scientifiche in molti paesi collaborando con prestigiosi Istituti di ricerca e ha pubblicato numerosi articoli e saggi in riviste scientifiche internazionali. È autore di dodici i saggi tra i quali La Strada dei Diecimila, I Greci in Occidente, La Tomba di Alessandro e Andare per l’Italia etrusca e ha tradotto e commentato l’Anabasi di Senofonte. Come autore di narrativa, ha pubblicato ventiquattro romanzi, inclusa la trilogia Aléxandros, tradotta in trentanove lingue in settantacinque paesiÈ lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo con oltre 20 milioni di copie di libri venduti (tradotti in 25 lingue e 38 paesi). Dal suo romanzo L’ultima legione è stato tratto un film prodotto da Dino De Laurentiis e la Universal Pictures ha acquisito i diritti della sua trilogia Aléxandros. Ha condotto documentari per grandi reti internazionali come National Geographic, Discovery Channel, BBC, e condotto trasmissioni culturali per La7 e Rai 3. Nel 1999 è stato votato "Man of the Year" dall'American Biographical Institute, Raleigh, North Carolina; nel 2003 riceve la nomina a Commendatore della Repubblica motu proprio del Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Manfredi si è laureato in Lettere classiche all'Università di Bologna ed ha una specializzazione in Topografia del Mondo Antico all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Vive in una casa che ha costruito nella campagna emiliana, a Piumazzo, fra Modena e Bologna. Ad un passo da quella dei suoi avi. Qui, vive con la moglie Christine, che è di Chicago ed insegnava inglese ai cadetti all’Accademia di Modena. Oltre a tradurre i suoi libri. Ha due figli, Giulia, artista, che vive a Berlino e Fabio Emiliano, scrittore, che vive a Roma. Girano tutto il mondo ma Piumazzo è sempre la loro Itaca, dove tornare.

Marco Sonsini