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Novembre 2021, Anno XIII, n. 11

Pietrangelo Buttafuoco

Cosa sono? Un Artista

"Artista. Ecco come mi definisco. Qui faccio un lavoro intellettuale ma la mia vera natura è quella dell’artista nel senso che bazzico le pagine e allo stesso modo l’asse del palcoscenico."

Telos: Ci troviamo di fronte ad un passaggio del tutto eccezionale della storia politica italiana, cui corrisponde un paesaggio politico che offre pochi punti di riferimento. Ci aiuta a decifrare le traiettorie dei principali partiti? Come usciranno dall’esperienza del Governo Draghi (o dall’opposizione a questo Governo)?

Pietrangelo Buttafuoco: Credo che questo sia un momento politico particolare, non tanto per il contesto generale, che è quello della pandemia, bensì perché gli italiani hanno trovato un uomo del destino o uomo della Provvidenza. Siamo in una fase che potremmo definire di “ducizzazione” di Mario Draghi. Non è tanto nella sua volontà ma è nella volontà degli altri e nell’inettitudine delle strutture politiche che dovrebbero intercettare i momenti di trasformazione e mutamento.
Lo dico perché non c’è un minimo di analisi o un minimo di razionale freddezza nel mettere in fila i fatti, ma c’è un voler delegare a lui, per cui lo immaginiamo pronto per qualunque evenienza: può fare il Presidente della Repubblica, può fare il Presidente del Consiglio anche se sembra quasi un peccato perché ha una scadenza immediata. È, quindi, una “ducizzazione” in atto che presuppone non tanto una chiara e convinta adesione a chissà quale progetto ma ad un umore, ad una sensazione. La nostra visione, a differenza di quella americana dell’“arrivano i nostri” che è corale e legata ai western, si basa su un unico singolo che finalmente è arrivato e per dirla con il varietà televisivo degli anni ’70: “qui ci vuole un uomo e quest’uomo è qua”.
I partiti li immagino analizzando da destra e da sinistra...partiamo da sinistra, perché la sinistra coincide col sistema, la sinistra coincide con l’establishment, la sinistra coincide con il potere.
Chiunque voglia fare carriera deve mettersi sotto l’ombrello protettivo della sinistra ed è risaputo che in tutti i momenti di crisi e di difficoltà, in ambito imprenditoriale come in qualunque altro, ci si butta a sinistra per salvarsi.
Il PD che eredita le due chiese complementari, più che in antitesi, della prima Repubblica, cioè il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, ha la capacità di farsi ameba in tutte queste trasformazioni. Ricordiamo che fino a qualche tempo fa, il PD tutto voleva al di fuori della soluzione Draghi. Era proiettato verso la riconferma di Giuseppe Conte, anche lui ha avuto la sua breve stagione di “uomo della Provvidenza o del destino inaspettato”, quanto mai poi dimenticato e scaricato una volta spenti i riflettori. Il PD ha immediatamente fatto proprio Mario Draghi avendo questa capacità di adattamento che deriva da una consuetudine antica, che è quella di essere sempre stato presente negli interstizi del sistema Italia e del potere. Questo gli consente di essere onnipresente e decisivo e soprattutto di evitare ogni clamore: tante cose meravigliose passano sotto silenzio confidando nel conformismo totale degli italiani, che sono disposti a tutto.
Noi italiani siamo comunque la patria di Giochino Rossini e abbiamo questo andante allegro legato alla commedia, ma siamo anche la patria del melodramma e quindi abbiamo questa necessità di enfatizzare il tutto. Sul Movimento 5 Stelle ho una mia teoria: il Movimento 5 Stelle è diretta filiazione dell’unica grande disobbedienza che l’Italia si è potuta consentire dal dopoguerra ad oggi ed è la grande disobbedienza chiamata Silvio Berlusconi. Lui ha scompaginato tutto, ha inverato il mito sessantottino della fantasia al potere e quindi ha aperto la stura a tutte le variabili possibili. Gli stessi 5 Stelle, che nascono in contrapposizione a lui, seguono quello stesso percorso. La differenza è che lui riesce a essere il modello originale ed è il riferimento primo, unico, in cui si conclude un’epoca, una vicenda, una storia. Gli altri, ovviamente, hanno ripetuto qualche schema. Non c’è dubbio che c’è una strettissima parentela tra quello che ha fatto Berlusconi e quello che poi ha saputo fare Beppe Grillo.
Qualunque identificazione in contrapposizione, inevitabilmente, si porta dentro la radice da cui ha origine e così è stato per il Movimento 5 Stelle, che finisce miseramente non fosse altro perché da un lato non riesce a dare dei risultati dal punto di vista amministrativo, ma dall’altro lato non ha fatto altro che confermare l’altra fondamentale identità d’Italia, se non la principale, cioè quella del trasformismo. Se mettiamo in fila le loro biografie vediamo questo passaggio: ad esempio, recentemente, Luigi Di Maio ha detto che non sarebbe mai salito sul balcone dal quale aveva abrogato la povertà, e mi viene da pensare alla meravigliosa battuta di Ettore Petrolini quando, contestato dal pubblico dal loggione, disse: “io non ce l’ho con te, ma con quello vicino a te che non ti butta di sotto”. A tutti gli effetti, Di Maio più che erede di Casaleggio e di Grillo, invece, sbuca come unico erede del forlanismo: se c’è un Forlani dell’era digitale, è lui.
A destra la situazione com’è? Dobbiamo considerare un qualcosa che di destra non è mai stato storicamente, se pensiamo alle grandi stagioni del ‘900. Adesso Fratelli d’Italia si trova ad interpretare il ruolo della destra, ma culturalmente ha un riferimento che non c’entra niente con quello che dovrebbe essere l’armamentario per il giorno d’oggi, soprattutto nel linguaggio. Si trovano ad essere destra-conservatori avendo alle spalle un bagaglio culturale che invece racconta ed è incardinato in una profondità che è difficile da spendere come moneta sonante della politica politicata. Ma andiamo alla sostanza: Fratelli d’Italia è in realtà una sola persona e cioè Giorgia Meloni, la quale, su sé stessa, fa un investimento che è di fatica, di studio, di analisi e di carisma. Ovviamente, con tutta la più buona volontà, non possiamo immaginare che sia il successo di un partito, il successo è solo suo.
La Lega … intanto stiamo parlando dell’unico vecchio partito della nostra memoria, sempre se vogliamo accettare la finzione che il PD sia cosa nuova. Però la Lega ha un grandissimo vantaggio, cioè di avere alle spalle un blocco sociale ben definito che corrisponde coerentemente a quelli che sono i dettati secondo i quali la Lega opera. Dico una cosa che può apparire scandalosa, ma qualunque persona di buonsenso dovrebbe voler essere amministrata da un sindaco leghista, perché hanno pragmatismo, hanno un senso dell’immediatezza e soprattutto sono a-ideologici. Poi, c’è il salvinismo, che è un’altra cosa. Il salvinismo è un fenomento pop, forse speculare a quello di Giorgia Meloni, ma sempre nel solco di quello che Berlusconi ha scavato nell’immediatezza del rapporto che c’è tra la figura “pop” e il “sentiment” dell’opinione pubblica. Tant’è che sono interscambiabili e l’elettore di Berlusconi è pronto ad essere elettore di Salvini così come è pronto ad essere elettore di Meloni e così com’è stato, soprattutto al Sud, elettore dei 5 Stelle. La particolarità della Lega è vivere proprio questo doppio registro: da un lato il salvinismo come sistema di comunicazione immediata tra il leader e gli elettori o il pubblico, dell’altra ha pragmaticamente mantenuto uno strumento leninista, quello del congresso del partito. Questo è il motivo per cui Salvini, che fa la comunicazione immediata al pubblico, potrebbe ritrovarsi fuori dalla Segreteria, perché lo statuto del partito ancora prevede che non i cittadini nelle primarie ma gli iscritti possano scegliere.
Con una brutale semplificazione, lui è Trotsky.

In Italia ogni tanto emerge la protesta contro il sistema, il voto contro il sistema. Dalle elezioni del 2018 ecco che ricompare la categoria dell’antifascismo. Che cos’è questa categoria oggi? È una risorsa estrema per vellicare appartenenze senza identità oppure questa categoria ha ancora oggi una sua giustificata vitalità?

Ovviamente una manipolazione dell’opinione pubblica presuppone un passaggio che è quello di farsi forti dell’infantilismo auspicato – e sempre ritrovato – nell’opinione pubblica. Un po' come quando le mamme per far addormentare i bambini dicono “attento che arriva l’orco” e così da sempre il sistema di potere si è affidato all’orco. Per quanto riguarda questo orco, si presuppone un atteggiamento teologico, cioè un’identificazione del bene assoluto su cui il male assoluto grava continuamente, senza considerare, però, nella natura degli italiani – ma anche nella realtà dei fatti – che tutti, persino i più alti vertici istituzionali, se solo si fossero ritrovati con le lancette della storia indietro, oggi li avremmo nel posto dove sono e nelle stesse posizioni che ricoprono oggi, ma in camicia nera. Non ci sono dubbi su questo. Il Corriere della Sera oggi scrive in un certo modo, nel 1936 avrebbe avuto la stessa prosa ma con altri protagonisti, così come i famosi sondaggi che celebrano le figure istituzionali erano votati a Sua Maestà il Re. È un atteggiamento per metà teologico, per metà ruffiano e poi ovviamente con una forte dose di malafede e confidando sempre nella mancanza di spirito critico. Per una forma di saper vivere e per uso di mondo si tace e così in tutte le rappresentazioni della vetrina ufficiale.

Come si descrive Pietrangelo Buttafuoco? Intellettuale impegnato, dissidente, ex politico, giornalista, polemista, o filosofo?

Artista. Ecco come mi definisco. Qui faccio un lavoro intellettuale ma la mia vera natura è quella dell’artista nel senso che bazzico le pagine e allo stesso modo l’asse del palcoscenico.

Il suo esordio da scrittore avviene, nel 2005, con ‘Le uova del drago’. La lingua raffinatissima, quasi barocca, di questo romanzo diventa la sua cifra stilistica. Eppure da allora la sua narrazione si è evoluta, o semplicemente cambiata, e ha preso strade epiche, o atmosfere stregate, declinazioni mistiche, con spunti che si rifanno alla tradizione siciliana del cuntu. Ci narra del Buttafuoco romanziere?

Parto sempre da storie vere. Mi piace raccontarle nel modo che in assoluto possa essere rispettoso del pubblico perché vorrei evitare l’effetto su cui spesso gli intellettuali passano notti insonni per procurare poi il sonno a chi li legge o a chi li ascolta. Mi è piaciuta molto e mi è stata utilissima e mi serve sempre l’esperienza professionale con Giovanni Minoli alla radio perché lì c’è un esercizio di sintesi e di sonorità e di messa in scena che mi ha aiutato moltissimo anche nelle altre scritture.

Marco Sonsini

Editoriale

Parlare con Pietrangelo Buttafuoco ci ha dato l’opportunità di contemplare il grande affresco della politica italiana, impreziosito dall’eleganza espressiva del nostro ospite e nobilitato dalla sua capacità di coglierne i tratti drammatici o melodrammatici, ma anche il nesso tra i caratteri della politica nazionale e l’antropologia del nostro popolo. È un terreno accidentato, sul quale occorre procedere con molta cautela, soprattutto per rifuggire la tentazione di applicare indebitamente ai fenomeni politici astratte categorie morali. Ecco allora che termini ricorrenti come trasformismo, populismo e persino fascismo devono essere continuamente ridefiniti, rimessi in connessione con le cose che davvero significano, se vogliamo che dicano qualcosa di vero e di concreto sulla nostra storia e sul nostro presente. Proviamo ad abbozzare questo esercizio, a partire dagli spunti che Buttafuoco ci ha offerto.
La parola trasformismo è solitamente associata all’immagine del cambio di casacca del singolo parlamentare. Di qui all’antropologia negativa, cioè all’immagine dell’Italiano individualista e opportunista, il passo è molto breve. Ma il fenomeno del trasformismo politico si spiega senza ricorrere a giudizi morali, se solo teniamo presente che esso si presenta in fasi storiche particolari, cioè ogniqualvolta vengano meno le ragioni della contrapposizione tra i partiti che si erano contesi la scena politica nel periodo precedente. Ciò è vero sia per l’Italia post-risorgimentale, sia per l’Italia post-guerra fredda, dove la contrapposizione imperniata sul binomio comunismo/anticomunismo ha perso significato e i partiti eredi di tutte le tradizioni politiche hanno gradualmente aderito all’ortodossia della globalizzazione: è questa la ragione per la quale il Centro è sempre più affollato di partiti … e sempre più povero di elettori!
Il successo dei movimenti populisti e dei loro capipopolo non è altro che la reazione dell’elettorato alla perdita di ogni altro riferimento politico. Reazione d’istinto, o di pura protesta, si dice per squalificarla: ma se tutto il sistema politico converge al Centro e se i cittadini non hanno che il voto per manifestare il loro dissenso, avevano forse altro modo di reagire? Una reazione meditata, non istintiva, presupporrebbe l’esistenza di un centro di elaborazione di un pensiero politico alternativo: assai improbabile, nell’epoca dei partiti liquidi. La successiva attrazione dei populismi all’interno del sistema, cioè nei meccanismi del trasformismo centrista, è figlia appunto della loro carenza di struttura e di identità, o meglio, del loro non essere partiti.
Lo spauracchio del fascismo è la risposta che il sistema politico ed il ceto intellettuale che si arruola a sua difesa oppongono all’avanzare del dissenso, ricorrendo alla retorica in mancanza di idee. È il caso di sottolineare due aspetti di questa retorica, entrambi a riprova della sua scarsa aderenza alla realtà. Difendere la Repubblica dal fascismo significherebbe, in termini positivi, promuovere la Costituzione della Repubblica e i suoi principi, cioè l’eredità più solida e feconda dei partiti antifascisti: lavoro, piena occupazione, salari dignitosi, gratuità e universalità del welfare, tutela del risparmio, proprietà della casa e molto altro. Peccato che sulla prima parte della Costituzione gli antifascisti di oggi (e i liberali di sempre) preferiscano tacere. Ma c’è di più: l’antifascismo di oggi presuppone una rappresentazione strabica, o perlomeno parziale, del fascismo. Curiosamente, nessuno ricorda che il fascismo è diventato regime con la connivenza delle classi dirigenti italiane e con il favore delle grandi potenze, perché garantiva la collaborazione dell’Italia al ripristino dell’ordine economico internazionale, costasse quel che costasse sul fronte interno, in termini di austerità, sacrifici, repressione salariale e sindacale oltre che del dissenso politico.
Eppure, l’antifascismo retorico sembra ancora funzionare come richiamo identitario, almeno per i ceti superiori; o forse, più banalmente, come lasciapassare per ogni assembramento di persone ben educate.
Rieccoci alla nostra copertina. Anche quella di novembre ricalca la linea grafica di quest’anno e ci mostra una pagina bianca strappata dalla quale si intravede uno stralcio dell'intervista in italiano e inglese, popolata da un insetto che guarda verso il testo. A Buttafuoco abbiamo dedicato un insetto ‘cubista’, lo Sphaerocoris annulus. Alcuni, lo definirebbero aposematico, cioè dall’aspetto tanto appariscente, da creare diffidenza e persino paura nei predatori. Altri, più semplicemente: bellissimo. Basta guardarlo per comprendere perché questo stravagante insetto sia stato soprannominato Picasso… come se la sua livrea fosse stata impreziosita dal passaggio di un pennello cubista, che attentamente vi ha dipinto una quantità media di 11 macchie ad anello verde, rosse e nere. Sfumando negli spazi negativi, con notevole attenzione ai dettagli, macchie di una tonalità verde acqua sullo sfondo di un garbato color beige.

Mariella Palazzolo

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco è giornalista e scrittore.
Dopo la Laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Catania, inizia la carriera giornalistica: nel 1993 viene assunto dal quotidiano “Il Secolo d’Italia” e collabora anche con “Il Giornale”. Negli anni 1995 e 1996 è Direttore de “L’Italia Settimanale”. Scriverà poi per “Il Foglio” e per il settimanale “Panorama”. Oggi, scrive per il Fatto Quotidiano e collabora con “Il Quotidiano del Sud”.
È anche giornalista televisivo, e alla fine degli anni Novanta conduce la trasmissione Sali e Tabacchi su Canale 5, e nel 2011, Questa non è una pipa su Rai 5. Da giugno a settembre 2007 conduce su La7, in coppia con Alessandra Sardoni, la trasmissione Otto e mezzo.
Nipote d’arte -lo zio Antonino è stato uno storico parlamentare dell’MSI- da studente intraprende anche la carriera politica, dapprima come dirigente nazionale del Fronte della Gioventù e poi, nel 1991, è nominato componente del Comitato centrale del Movimento Sociale Italiano. Dal 1995 al 2003 ha fatto parte dell'Assemblea nazionale di Alleanza Nazionale.
Nel 2005 pubblica il suo primo romanzo, Le uova del drago, finalista al Premio Campiello 2006, e poi L’ultima del diavolo (2008), Cabaret Voltaire (2008), Fimmini (2009), Il lupo e la luna (2011), Fuochi (2012), Il dolore pazzo dell’amore (2013), Buttanissima Sicilia (2014) e Il feroce Saracino (2015). È anche autore di una lunghissima serie di saggi, tra i quali Fogli consanguinei (2002), L'ora che viene. Intorno a Evola e a Spengler (2004), Armatevi e morite. Perché la difesa fai da te è un inganno (e non è di destra) (2017) e Salvini e/o Mussolini (2020).
Nel 2019 è nominato presidente del Teatro Stabile d'Abruzzo, e fino al 2012 lo era stato del Teatro Stabile di Catania.
Ad ottobre 2021 è uscito il suo ultimo romanzo Sono cose che passano.
Il suo unico grande hobby è la campagna, che ama e cura da vero e proprio contadino siciliano. E nella nostra conversazione fa riemergere un bellissimo ricordo, quello dell’antica trebbiatura e pesata del grano, ‘a pisatina’ fatta con una girandola di asini...

Marco Sonsini