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Gennaio 2019, Anno XI, n. 1

Gianfilippo Aldegheri

Expat. Ma quanto fa fico!

"A prescindere dalle mie molte esperienze professionali nel Regno Unito e in Francia, sono sempre fieramente italiano. Intendo costruire la mia carriera all’estero, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, ma l’obiettivo centrale della mia vita resta quello di tornare in Italia, ma verso i 35 anni. In effetti, mi piacerebbe contribuire alla crescita del mio Paese diventando un docente universitario, per poter trasferire le mie conoscenze e la mia passione per la finanza alle future generazioni."

Telos: Chi è Gianfilippo Aldegheri?

Gianfilippo Aldegheri: Beh, Gianfilippo è un brillante giovane uomo che attualmente risiede a Londra. Ho frequentato il Liceo Classico Virgilio di Mantova, che mi ha trasmesso la passione per la letteratura e l’arte, ma non mi ha aiutato molto a scegliere il mio percorso professionale. Alla fine, grazie alla guida della mia famiglia, ho deciso di studiare Economia a Trento, a quel tempo la migliore Università pubblica italiana per gli studi economici, dove mi sono laureato in Economia e Management.
L’Università di Trento mi ha fornito una buona panoramica del mondo imprenditoriale, ma mi ha anche fatto comprendere la necessità di frequentare un Master all'estero, per vivere un'esperienza internazionale e dinamica . Avevo già studiato nel Regno Unito, frequentando due corsi estivi presso la London School of Economics, e ho quindi optato per l'HEC Paris, una scuola dall’eccellente reputazione e che fornisce molte opportunità; in particolare, ho scelto la laurea magistrale in Economia gestionale e finanziaria.
L'HEC è stata la chiave per determinare lo sviluppo della mia carriera perché, per la prima volta, ho potuto interagire con professori che erano anche professionisti nel mondo della finanza, in grado di fornirmi una conoscenza finanziaria più pratica. Tuttavia, il mio tempo alla HEC non è stato senza sacrifici: l’istituto si trova in un piccolo villaggio isolato, Jouy-en-Josas, cosa che durante il fine settimana spingeva, per quanto possibile, molti studenti (me compreso) letteralmente a fuggire.
Grazie all’ampia rete dell'HEC, sono potuto tornare nel Regno Unito, dove ho frequentato un corso sulla gestione quantitativa del rischio presso l'Università di Oxford. Studiare deve creare dipendenza, visto che anche oggi continuo a farlo, questa volta per l'esame CFA di livello 3 per diventare un analista finanziario accreditato.
Quando è arrivato il momento di decidere dove lavorare, scegliere è stato facile: mi sono innamorato di Londra, che ho visitato spesso, e, inoltre, era mio desiderio vivere nella capitale finanziaria d’Europa. A Londra ho lavorato per un anno nel settore delle banche d’investimento, prima in Credit Suisse e poi in Société Générale.
Dopo le prime esperienze nel ruolo di consulente, ho sentito il bisogno di esprimere il mio spirito imprenditoriale e ho fatto domanda per un tirocinio presso Arrowgrass Capital, un hedge fund multistrategy (n.d.r. con portafoglio molto diversificato) da 6 miliardi di dollari, dove ho affiancato un analista senior nel seguire i titoli tecnologici. Questa è stata una delle esperienze più formative del mio intero percorso professionale, perché mi ha messo di fronte a complesse decisioni di investimento e mi ha spinto ad aprire un conto trading personale, che continuo a gestire nel tempo libero.
Nel 2017 sono entrato, come analista, in Hollyport Capital, un gestore di private equity nel mercato secondario, specializzato nell’acquisizione di portafogli di partecipazioni mature in fondi di private equity. Lavorare in Hollyport mi ha trasformato in un professionista del settore più completo, ma mi ha anche motivato a cercare nuove sfide in un'azienda più internazionale e più grande, così sono entrato in StepStone, dove attualmente lavoro nel team di Private Equity.
Nel complesso, mi descriverei come una persona molto motivata e con una profonda curiosità intellettuale. A prescindere dalle mie molte esperienze professionali nel Regno Unito e in Francia, sono sempre fieramente italiano. Intendo costruire la mia carriera all’estero, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, ma l’obiettivo centrale della mia vita resta quello di tornare in Italia, ma verso i 35 anni. In effetti, mi piacerebbe contribuire alla crescita del mio Paese diventando un docente universitario, per poter trasferire le mie conoscenze e la mia passione per la finanza alle future generazioni.

Raccontaci delle tue diverse esperienze di colloquio di lavoro in Italia e all’estero. Credi di essere il tipico cervello in fuga. Perdita netta di capitale umano e mancato ritorno dell’investimento educativo per il nostro Paese?

Negli ultimi decenni l'Italia ha visto aumentare il numero di studenti e professionisti desiderosi di fare carriera all'estero. In un Paese con un problema di invecchiamento della popolazione come l'Italia, il fenomeno dei "cervelli in fuga" è una vera e propria sfida.
Vivo all’estero da ormai quasi quattro anni, e ovviamente ho nostalgia dell’Italia e dei miei amici, ma quando penso al mio futuro difficilmente mi vedo tornare a lavorare in patria, a breve.
Nel breve periodo in cui sono stato in cerca di occupazione, in Italia, non potendo contare sui famosi “contatti”, mi sono spesso sentito come un candidato di serie B. Il nepotismo è una vera e propria piaga nel nostro Paese, e questo emerge chiaramente dall'indagine condotta dal World Economic Forum sul peso del nepotismo nel mercato del lavoro. L'Italia si è classificata all'85° posto su 125 Paesi (a pari merito con Tagikistan e Mozambico). Ricordo un colloquio che svolsi per una posizione da analista con un hedge fund di Milano. La risposta che ricevetti fu che, nonostante le mie eccellenti qualifiche, suscitava loro perplessità il fatto che non facessi attività sportive. Evidentemente, il candidato che hanno poi assunto deve essere stato un ottimo atleta.
Credo in una società nella quale l’eccellenza venga riconosciuta, e ricompensata. La capacità di crearsi una rete di relazioni e le cosiddette soft skills sono sicuramente utili a trovare opportunità lavorative, ma non possiamo costruirci sopra intere carriere. Credo sia fondamentale, soprattutto all'inizio del proprio percorso professionale, chiedersi quale tipo di persone vogliamo essere nella vita: se vogliamo diventare come quelli che trovano escamotage per raggiungere i loro obiettivi, oppure come quelli che vengono elogiati dai loro colleghi per il duro lavoro e per l’onestà intellettuale.

Cosa ti piace del tuo attuale lavoro a Londra e cosa ti farebbe tornare in Italia?

Lavoro in un ambiente che trae le proprie motivazioni dai valori e dalla condivisione della conoscenza, dove posso crescere sia a livello personale che professionale. La finanza è un settore difficile, dove tutto è improntato alla massima efficienza, e ogni individuo è visto come parte di una struttura più grande che deve lavorare senza soluzione di continuità.
Questo può portare a continui stati d’ansia, ma insegna anche a sforzarsi a migliorare giorno per giorno. Amo l'ambiente internazionale in cui lavoro, perché mi permette di confrontarmi con persone molto competenti e dalle provenienze più disparate.
Nel mio attuale lavoro ho l'opportunità di migliorare rapidamente, e di assumermi maggiori responsabilità man mano che cresco all'interno dell'azienda. Finché la mia curva di apprendimento continuerà ad essere in crescita e il clima nella squadra rimarrà amichevole, mi sentirò nel posto giusto.
Ma a prescindere dal mio attuale appagamento, l'Italia resta nel mio cuore. Sono preoccupato per le condizioni in cui si trova la nostra società, dominata dalle generazioni più anziane che lasciano, ai giovani professionisti, uno spazio limitato per poter esprimere le proprie potenzialità. In Italia rischierei di essere visto come un giovane inesperto che deve “aspettare il proprio turno”, prima di potersi assumere una qualsivoglia responsabilità. Tuttavia rimango fiducioso, e attendo con ansia un futuro migliore, nel quale anche il nostro Paese offrirà un ambiente più favorevole al business, e garantirà maggiori opportunità ai giovani talenti che desiderano incidere e avere un ruolo nel plasmare il futuro dell’Italia.

Come stai vivendo da Expat l’incertezza sulla Brexit?

La Brexit rappresenta una significativa fonte di preoccupazione. Tre anni fa, quando sono arrivato nel Regno Unito, mi sono sentito subito il benvenuto e sono stato felice di trovare così tanti europei in una situazione simile. Ma la Brexit è una minaccia alla nostra condizione di expat, e può essere fonte di problemi ai tanti italiani che sognano di venire in Gran Bretagna per costruirsi una carriera. Molte persone che conosco hanno smesso di cercare una casa, e hanno cominciato a pensare di ritornare nei propri paesi d’origine. Ma più di tutto, la Brexit è riuscita a far sì che gli emigrati siano avvertiti come un fardello per il Paese, piuttosto che come una risorsa.
Viviamo in un mondo globalizzato nel quale “l’unione fa la forza”: l’uscita del Regno Unito è un segnale della mancanza di unità tra le nazioni europee, che continuano a litigare invece che cercare intese e promuovere una pacifica collaborazione. Spero che in futuro questa divisione e questa incertezza finiscano, così da poter affrontare uniti, e più forti, le sfide che abbiamo di fronte.

Marco Sonsini

Editoriale

Nomadi digitali, expat, e spiriti liberi che mollano il Bel Paese per lavorare all'estero. Ce ne sono tanti, e dalle motivazioni le più disparate. E Londra è una delle destinazioni più gettonate, e continua ad esserlo, Brexit permettendo. Certo che va tanto di moda il termine expat (ah il vecchio e buon latino!), ma quale è la differenza con l’immigrato? Sono expat i nordafricani che vendono agli angoli della strada? O sarebbero immigrati anche i professionisti europei a Singapore. Un articolo del Guardian dal titolo emblematico Why are white people expats when the rest of us are immigrants? (ndr Perché i bianchi sono expat mentre il resto sono immigrati?) poneva, già nel 2015, questa domanda e insinuava che ogni Paese considerato culturalmente superiore (leggi occidentale) non esporta immigrati, ma espatriati. Anche se con un lavoro altamente qualificante un africano sarà sempre considerato un immigrato in Europa, mentre accade esattamente l’opposto andando in un Paese economicamente meno sviluppato. Ma c’è anche una chiave di lettura emotiva e emozionale: l’expat è quello che ricerca i suoi usi e costumi nel Paese ospitante, fa gruppetto con i connazionali, frequenta posti che lo fanno sentire a casa, vive ancora le sue tradizioni in territorio diverso (in breve se la gode); l’immigrato cerca di integrarsi e farsi accettare dalla comunità (in breve si ammazza di lavoro e lotta per integrarsi). Questo aspetto emotivo è evidente in uno spot natalizio, che ha suscitato tantissime polemiche: quello noto come del caciocavallo (della Conad) di Salvatores. È stato definito retrogrado, sessista, uno spot stereotipato, e anche un po’ razzista: le due forme di caciocavallo non incartate e mal riposte sulle camicie piegate fanno tanto Napulè. Se mettiamo da parte alcuni elementi un po’ sopra le righe (in fondo però è una pubblicità non un documentario!) lo spot Conad di Salvatores riproduce una realtà che è sotto gli occhi di tutti. L’atmosfera anni ’60 è perfetta per denunciare il fatto che la migrazione dei giovani è un fenomeno invariato, se non in ascesa, da qualsiasi parte d’Italia. Come analizza lo studio ‘Decoding Global Talent 2018’ del Boston Consulting Group, 3 italiani su 4 sotto i 30 anni lascerebbero l’Italia per lavoro. C’è però, una parte di giovani che viaggiano e vanno a lavorare all’estero perché spinti dalla semplice, sana e intelligente voglia di farlo. Gianfilippo Aldegheri è uno di questi. L’intervista a Gianfilippo, che adora una Londra che forse non è più swinging, ma che continua ad offrire delle opportunità uniche agli expat, è vivace, interessante e piena di spunti di riflessione. Ad esempio l’aneddoto sull’essere atletico è tristemente esilarante, meno esilarante quello sul nepotismo in Italia. Sul fronte delle politiche, posto che il saldo demografico tra entrate e uscite di personale qualificato è un problema per il nostro Paese (anche quelli sotto la media che vanno all'estero sono altamente qualificati), l'incapacità di trattenere quelli molto bravi suggerisce una riflessione sui nostri tempi e metodi patologici di reclutamento e carriera. Smettiamola di lamentarci dell’ingiusta fuga di cervelli Made in Italì, dell’infelice destino del povero ragazzo meridionale, sfruttato e chiamato il 23 dicembre per lavorare all’estero l’indomani, il giorno della Vigilia di Natale, e facciamo - tutti - qualcosa affinché tornino. I cervelli possono anche fuggire, ma bisogna che il Paese si attrezzi per riattrarli. Come pensa di fare Gianfilippo… un brillante uomo italiano che lavora, per il momento all’estero, ma con la tanta voglia di tornare!

Mariella Palazzolo

Gianfilippo Aldegheri

Gianfilippo Aldegheri è un analista di private equity presso StepStone, una società di servizi finanziari e fondi di investimento che opera a livello globale nel settore dei mercati privati, e attualmente lavora a Londra. Nato a Cremona, Gianfilippo ha trascorso la maggior parte della vita a Mantova, dove la sua famiglia vive di agricoltura da generazioni.
Frequenta il Liceo Classico Virgilio a Mantova, per poi conseguire la laurea in Economia e Management presso l'Università di Trento, nel 2014. Durante gli studi universitari, partecipa a due summer school presso la London School of Economics: la prima in Analisi e gestione dei rischi finanziari (2013), la seconda in Valutazione applicata e analisi dei titoli, nel 2014.
Decide poi di trasferirsi a Parigi, dove nel 2016 consegue la Laurea Magistrale in Economia Finanziaria e Gestionale presso l'HEC Paris. Tornato nel Regno Unito, frequenta un corso sulla gestione quantitativa del rischio presso l'Università di Oxford, dove continua, oggi, a studiare, questa volta per l'esame di livello 3 del CFA, per diventare analista finanziario accreditato.
Gianfilippo ha lavorato per un anno nel settore delle banche di investimento, prima al Credit Suisse e poi alla Société Générale, per poi svolgere un tirocinio da Arrowgrass Capital. Nel 2017 entra a far parte, come analista, di Hollyport Capital, e più recentemente è entrato in StepStone dove attualmente lavora nel team di Private Equity.
Ama discutere su una grande varietà di argomenti, dall’opera al teatro, dall’alta cucina ai viaggi. Come esempio della sua natura poliedrica, nel 2016 ha ottenuto il titolo di "Leader of Tomorrow" al Simposio dell’Università di San Gallo (Svizzera), con un saggio sul ruolo delle élite nel plasmare il futuro della società, nel quale mescola la sua conoscenza della filosofia greca e romana con l'economia e la politica.
Ha 26 anni, due genitori meravigliosi, Ezio e Livia, e una sorella dal carattere deciso, Giuliasofia, che esercita la professione di avvocato sia all'interno che all'esterno dell'ambiente di lavoro, cercando di vincere ogni discussione con amici e familiari. Innamorato della vita, Gianfilippo è fortemente convinto che il cibo non sia solo un carburante per il corpo, ma anche un nutrimento per l'anima. È un appassionato buongustaio e si rifiuta di andare in palestra per bruciare le oscene quantità di calorie che ingerisce quotidianamente, a prescindere da ciò che la bilancia possa suggerire.

Marco Sonsini