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Marzo 2017, Anno IX, n. 3

Gianrico Carofiglio

Di poche parole

“Non mi piace la nozione di intellettuale e tantomeno quella di intellettuale impegnato. È un’espressione che rischia di evocare autocompiacimento piuttosto che impegno civile e politico.”

Telos: Lei ha conosciuto l’attività parlamentare da due prospettive: consulente della Commissione Antimafia prima, membro della Commissione Giustizia del Senato poi. Sulla base della sua esperienza, il Parlamento può ancora ambire a determinare le politiche nazionali o deve rassegnarsi al ruolo di ratificatore di decisioni prese altrove?

Gianrico Carofiglio: Non c’è dubbio che oggi il ruolo del Parlamento sia molto svuotato e che spesso, anche se non sempre, esso svolga una funzione poco più che notarile rispetto a decisioni prese in altre sedi. Questa è una parte di una più generale crisi delle istituzioni rappresentative e, ancora più in generale, dell’idea di democrazia cui siamo stati educati. Dovrebbe essere un tema centrale del dibattito politico ma pochi sembrano curarsene davvero.

Ed oggi scrittore. Sono passati ormai 15 anni dal suo debutto con "Testimone inconsapevole". Quale è stato il suo percorso di scrittura da allora?

È una domanda cui non è facile rispondere. Probabilmente perché, a parte qualche considerazione ovvia e forse banale, non ho una vera risposta. Diciamo che con il passare degli anni mi sono reso conto di quanto fossero e siano fragili i meccanismi della scrittura e delle storie. Mi sono reso conto della mia inadeguatezza. Scrivere, come ogni manifestazione artistica, è un confronto continuo con la propria incapacità di riuscirci.

Le sue video-lezioni su "Come non diventare scrittori" pubblicate su I fiori del male sono crude, dirette e anche divertenti. Da dove è nata questa idea?

Era un gioco. Dappertutto ci sono corsi su come diventare scrittori e, indipendentemente dalla qualità dell'insegnamento (in alcuni casi molto buona), ci sono parecchi dubbi sul fatto che essi servano davvero. Allora mi sono detto: perché non fare un micro corso, in pillole, semi serio, per dissuadere dal progetto di diventare scrittori. Un gioco, ripeto, in cui si mischiano le freddure, gli aneddoti e, naturalmente, anche qualche vero consiglio di scrittura. Ben nascosto, però.

Il suo dodicesimo romanzo "L’estate fredda" è molto di più di un thriller legale. Si svolge in un periodo già molto discusso della recente storia italiana, e affronta alcuni degli aspetti più spinosi degli anni ’90. Il libro racconta molte storie attraverso i verbali di interrogatorio, una forma narrativa di grande impatto, anche emotivo. Il perché di questa scelta?

Volevo vedere se fosse possibile prendere una lingua oggettivamente brutta come quella dei verbali giudiziari e trasformarla (senza cambiarne le caratteristiche lessicali e strutturali) in materiale narrativo e, magari, anche letterario.

Una domanda s’impone all’autore de "La manomissione delle parole". Quali sono oggi le parole che più di tutte, nel discorso politico, hanno visto snaturarsi il proprio significato? Sinistra è una di queste?

Sinistra, come molte altre, è una parola usata piuttosto a sproposito negli ultimi anni. In particolare nel surreale dibattito interno al Partito Democratico. Più in generale il nostro cosiddetto dibattito pubblico è tutto caratterizzato dall’uso - e dall’abuso - di espressioni e metafore consumate e spesso tossiche. Si pensi all’uso del sostantivo vergogna e del verbo riflessivo vergognarsi riferiti sempre e solo agli avversari, ed espressione indiretta di una incredibile incapacità di ammettere i propri errori e di imparare da essi.

A proposito di parole abusate: a partire dalla Sua esperienza di parlamentare, quale valutazione darebbe del rapporto tra decisori pubblici e lobbisti oggi in Italia? Lobbying è ancora una brutta parola?

In questo paese c’è bisogno di disciplinare in modo moderno il lavoro e la funzione dei lobbisti, per rimuovere le non poche sacche di opacità che caratterizzano appunto il rapporto di questa categoria con chi prende le decisioni politiche e amministrative. Quando questo accadrà anche la parola perderà quell’alone negativo che ancora adesso la avvolge.

Con il mandato di Matteo Renzi che si è concluso, è tempo di tracciare un bilancio sulla sua Segreteria. Come è naturale, dopo la sconfitta referendaria ai toni trionfalistici sono subentrati ritratti a tinte fosche. Né gli uni né gli altri ci sembrano sensati. Qual è il suo punto di vista?

Penso che Renzi abbia un grande talento politico ma abbia anche uno stile spesso non improntato al rispetto dell’avversario. Come si dice, con un’espressione che non amo, lo stile di comando di Renzi è divisivo. A me invece piace un’idea di leadership capace di includere, di accettare e valorizzare la diversità. Durante gli anni del governo Renzi sono state fatte cose buone ed errori anche gravi. Non è questa la sede per un elenco delle une e degli altri. Mi limito dunque a fare due esempi: l’approvazione della legge sulle unioni civili è stata una bella pagina di democrazia di cui Renzi ha sicuramente il merito; l’abolizione dell’IMU sulla prima casa anche per i ricchi e i molto ricchi è stata invece una misura sbagliata e gravemente ingiusta.

Magistrato, parlamentare, scrittore: accetterebbe la definizione di intellettuale impegnato? C’è ancora spazio per questa figura nell’agone pubblico?

Non mi piace la nozione di intellettuale e tantomeno quella di intellettuale impegnato. È un’espressione che rischia di evocare autocompiacimento piuttosto che impegno civile e politico. Credo nelle virtù della discussione pubblica franca e rispettosa delle ragioni di chi la pensa diversamente da noi. Per partecipare a questa discussione - che poi è l’essenza della democrazia - non c’è bisogno di essere intellettuali. Basta - si fa per dire - essere cittadini, nell’accezione piena e, direi, nobile del termine.

Marco Sonsini

Editoriale

"La mia abitudine è di dare risposte molto asciutte" ci dice subito Gianrico Carofiglio. E le risposte alla nostra intervista sicuramente non difettano di sintesi. Paragonabile solo a quelle che ci hanno dato Giulio Andreotti (dal lato politico) e Andrea Camilleri (dal lato scrittore). Ma non mancano nemmeno di chiarezza. Non c’è niente da fare, se non si hanno idee precise e ben ponderate, esprimersi in modo così spartano è impossibile. Noi italiani siamo maestri dell’espressione circonvoluta e ad arabeschi. Fumo che nasconde la mancanza di pensiero e di riflessione. Sarebbe bello se mettessimo in pratica il monito di Bernardino da Siena che nelle sue Prediche volgari diceva "Colui che parla chiaro, ha chiaro l'animo suo". Gianrico Carofiglio ama le parole nel profondo e per questo non ama usarne troppe. Molti sono i punti che tocchiamo in questo numero che potremmo dividere in due filoni. Paralleli, convergenti a volte sovrapponibili: politica e scrittura. Il Parlamento serve ancora? Cosa significa oggi sinistra? Un bilancio della segreteria Renzi? Lobbying e Istituzioni? Il suo percorso letterario? La scelta di una lingua ben precisa nella sua scrittura? Dalle sue risposte emerge chiara la valutazione che dà sul linguaggio della politica. E asseconda, quando parliamo di sinistra, il nostro riferimento al titolo di un suo straordinario libro "La manomissione delle parole", quelle parole che non sopporta vedere abusate, così come troppo spesso succede nel nostro dibattito pubblico. Da lobbisti abbiamo apprezzato il suo riferimento alla necessità di una disciplina moderna del nostro lavoro, un modo per far cadere l’alone di negatività che ancora la parola lobbying possiede. Noi stiamo provando a fare la nostra parte, partecipando nei limiti della nostra sfera di azione, al dibattito su questo) su questo tema. Ma non pensate che Carofiglio sia solo severità e rigore. Imperdibile è la rubrica, alla quale accenniamo pure, che tiene su I fiori del male, dal titolo che parla da sé: Come non diventare scrittori. Ma ancora più divertente è la descrizione che l’accompagna "Sentite che il vostro destino è di scrivere un romanzo indimenticabile? La cattiva notizia è che quasi certamente non ce la farete. Lasciate perdere". Un po’ si arrabbia con noi Carofiglio, quando proviamo a inquadrarlo nella categoria dell’intellettuale impegnato. Non gradisce né l’uno né l’altro di epiteto. Come biasimarlo?

Gianrico  Carofiglio

Gianrico Carofiglio, scrittore. È stato a lungo un Pubblico Ministero, specializzato in indagini sulla criminalità organizzata. Nel 2007 viene nominato consulente della Commissione parlamentare antimafia e dal 2008 al 2013 è Senatore della Repubblica. Al Senato è membro della Commissione Giustizia e, tra l’altro, della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, mettendo quindi a servizio del Paese la sua esperienza da magistrato. Alla fine della sua esperienza politica lascia la magistratura. Scelta coraggiosa che così commenta: "È stata una decisione difficile ma necessaria perché non potevo più svolgere la mia funzione con la dignità e l'impegno necessari, come ritengo di aver sempre fatto". E diventa scrittore a tempo pieno. La lista dei suoi scritti (non solo romanzi) è lunghissima. E lo stesso quella dei premi letterari. La troverete qui.
A noi basta ricordare che i suoi libri, con cinque milioni di copie vendute in Italia, sono tradotti in 27 lingue.
Molto divertente è la rubrica Come non diventare scrittori, che tiene su I fiori del male. Il suo ideale di felicità terrena? Molti libri (da scrivere e da leggere), molti viaggi e molti incontri, buon cibo e soprattutto buon vino, musica, sport (ndr pratica il karate) e molte risate (farne e farne fare). Nato a Bari nel 1961, vive nella sua città con la moglie e i due figli. Più di 10 mila persone lo seguono su @GianricoCarof. Ne vale la pena.

Marco Sonsini