Settembre 2026, Anno XVIII, n. 9

I DIRITTI METTONO RADICI

di Mariella Palazzolo

“La decisione di riconoscere gli alberi come esseri viventi è maturata naturalmente nel tempo.”

Telos: Il Suo Comune è il primo al mondo ad aver riconosciuto agli alberi il diritto di vivere, crescere e rigenerarsi. Alcuni considerano questa scelta un gesto simbolico, altri una vera e propria rivoluzione culturale. Qual è, secondo lei, il significato più profondo di questa decisione?

Michel Bourdeau: La decisione di riconoscere gli alberi come esseri viventi è maturata naturalmente nel tempo. Situato sulle rive del fiume Outaouais, sull’Île Perrot, a pochi chilometri a ovest di Montreal, il nostro piccolo Comune di Terrasse-Vaudreuil conta 1.800 abitanti. Fin dalla sua fondazione, nel 1952, i residenti hanno costruito le proprie case all’interno del bosco. Ancora oggi, la copertura arborea interessa oltre il 70% del territorio comunale. Tuttavia, l’espansione urbana e gli effetti dei cambiamenti climatici stanno sottoponendo il patrimonio forestale ad una pressione crescente, in particolare a causa delle inondazioni primaverili, delle piogge intense, dei forti venti, dei periodi di siccità sempre più prolungati e delle infestazioni di insetti che stanno decimando alcune specie arboree. Gli abitanti sono determinati a proteggere il proprio ambiente naturale. Si può dire che la convivenza tra la comunità e la natura sia diventata un vero e proprio valore culturale, ormai parte della vita quotidiana del Comune.

Questa decisione è stata approvata all’unanimità. In un momento nel quale la politica appare sempre più polarizzata, ritiene che sia ancora possibile costruire consenso attorno a una visione di lungo periodo, invece che alle sole urgenze del momento?

È sicuramente possibile costruire consenso attorno a una visione. Anzi, è proprio questo il punto essenziale: prendersi il tempo necessario per costruire una visione sostenibile, invece di agire in fretta o sull’onda dell’impulso. Una decisione di questo tipo non può fondarsi soltanto su una reazione immediata. Deve nascere da una comprensione condivisa dei problemi, da un dialogo aperto e da un rapporto di fiducia reciproca tra cittadini e amministratori. Significa spiegare le ragioni dei cambiamenti, ascoltare le diverse realtà con cui le persone si confrontano e consentire ai cittadini di partecipare alle varie fasi del progetto.

Si tende spesso a pensare che un piccolo Comune possa fare ben poco di fronte alle grandi sfide globali. La vostra esperienza sembra dimostrare il contrario. Crede che il cambiamento reale possa cominciare proprio a livello locale?

Il cambiamento reale deve cominciare a livello locale. Un piccolo Comune non dispone delle risorse finanziarie necessarie per affrontare da solo sfide di questa portata. Eppure è spesso proprio a questo livello che diventano possibili le azioni più concrete. Non possiamo aspettare che sia il governo provinciale o quello federale a intervenire, né possiamo investire le stesse somme delle grandi città. La nostra forza sta invece nella vicinanza alle persone: è più facile riunirle, spiegare i problemi, mobilitare i volontari, cercare finanziamenti e coinvolgere specialisti che possano aiutarci a realizzare i nostri progetti.

Le idee più innovative acquistano pienamente valore solo quando vengono condivise. Se un Comune italiano volesse costruire una collaborazione duratura con Terrasse-Vaudreuil, quali valori dovrebbe condividere con la vostra comunità prima ancora di pensare a un gemellaggio?

Anche se le nostre realtà sono diverse, collaborazioni di questo tipo sarebbero certamente auspicabili. L’unione fa la forza e dobbiamo smettere di pensare che le soluzioni possano arrivare soltanto dai governi. Affrontiamo tutti la stessa sfida e il cambiamento deve cominciare da casa nostra. La possibilità di condividere le nostre esperienze con gli amici italiani rappresenterebbe un contributo prezioso a questo impegno comune. Uno scambio di questo tipo non ci permetterebbe soltanto di mettere a disposizione ciò che abbiamo imparato, ma anche di ispirarci reciprocamente mentre, ciascuno al proprio livello, portiamo avanti una visione più rispettosa della natura. In questo momento molti guardano a noi. In tanti aspettano di vedere se la nostra iniziativa darà risultati prima di impegnarsi nella stessa direzione. Ma non è semplicemente una questione di successo o di fallimento. Si tratta di fare ciò che riteniamo giusto, sapendo che i risultati non arriveranno dall’oggi al domani.

Editoriale

Un albero non vota, non firma contratti e non può rivolgersi a un tribunale. Eppure il diritto ha cominciato, in diverse parti del mondo, a chiedersi se la natura debba essere soltanto qualcosa che l’uomo protegge oppure possa diventare essa stessa titolare di diritti. L’ospite di settembre di PRIMOPIANOSCALAc, Michel Bourdeau, sindaco di Terrasse-Vaudreuil, un piccolo Comune del Québec a pochi chilometri da Montreal, guida la prima amministrazione ad aver riconosciuto agli alberi, attraverso uno specifico atto municipale, il diritto di vivere, crescere, mantenere la propria integrità e rigenerarsi. L’idea può sembrare eccentrica. In realtà arriva alla fine di un percorso che dura da anni. Nel 2008 l’Ecuador ha inserito nella Costituzione i diritti della natura. Nel 2017 la Nuova Zelanda ha riconosciuto al fiume Whanganui lo status di persona giuridica. Nel 2022 la Spagna ha fatto qualcosa di analogo con la laguna del Mar Menor e il suo bacino, riconoscendoli come soggetto di diritti. Non è soltanto una questione di parole. La tutela ambientale tradizionale parte dall’uomo: si vieta di inquinare un fiume, abbattere un albero o distruggere un habitat perché esiste un interesse pubblico a conservarli. Attribuire diritti alla natura cambia il punto di osservazione. Il fiume, il bosco o l’ecosistema non vengono più difesi soltanto per il valore che hanno per noi, ma perché si riconosce loro un valore proprio. Naturalmente, tra affermare un principio e trasformarlo in diritto effettivo c’è una distanza considerevole. Chi rappresenta un albero? Chi decide quando il suo diritto a vivere deve cedere di fronte alla sicurezza, alla necessità di costruire una strada o semplicemente al diritto di un proprietario di utilizzare il proprio terreno? E soprattutto, che cosa aggiunge il riconoscimento di un diritto agli strumenti di tutela ambientale che già esistono? È proprio qui che la vicenda di Terrasse-Vaudreuil diventa interessante. Il 9 giugno il Consiglio municipale ha adottato la Universal Declaration of Tree Rights, una decisione che ha avuto un’eco mediatica internazionale. Meno nota è l’evoluzione successiva. Poco più di due mesi dopo, il 21 agosto, il Comune ha annunciato di volersi dissociare dalla Dichiarazione. Nel comunicato ufficiale afferma esplicitamente di volersi “dissociare dalla Dichiarazione dei diritti degli alberi” e fa riferimento a un “nuovo quadro imposto dalla Compagnie des Papillons Bleus”. Allo stesso tempo, ribadisce il riconoscimento dell’albero come essere vivente meritevole di rispetto e protezione e annuncia l’intenzione di sviluppare un approccio più ampio alla conservazione della natura, esteso all’insieme degli ecosistemi del territorio. La storia formale delle due decisioni resta non del tutto lineare, ma proprio per questo mostra quanto sia più semplice proclamare un principio che costruirgli intorno regole capaci di funzionare. È forse questo il punto. Non occorre immaginare che domani i nostri codici siano popolati da querce e fiumi dotati degli stessi diritti delle persone. La personalità giuridica, del resto, è uno strumento che il diritto utilizza da secoli per dare voce e responsabilità anche a soggetti che persone non sono. Le società per azioni ne sono l’esempio più ovvio. Mi chiedo però se il nostro modo di amministrare il territorio sia ancora troppo legato all’idea che la natura sia innanzitutto una risorsa da utilizzare, salvo poi stabilire i limiti entro i quali proteggerla. I diritti della natura provano a capovolgere questo rapporto. Non sappiamo ancora quanto siano efficaci. Forse non è tanto importante stabilire se un albero possa avere diritti come noi. È importante capire che cosa cambia quando smettiamo di considerarlo soltanto una cosa. Anche nella copertina di settembre di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784.

Mariella Palazzolo

Michel Bourdeau è sindaco di Terrasse-Vaudreuil, un Comune situato sull’Île Perrot, a ovest di Montreal, in Québec. Ricopre la carica dal 2013 ed è stato rieletto nel 2025 per un quarto mandato, dopo aver svolto in precedenza due mandati come consigliere comunale. Fa inoltre parte del Consiglio della Municipalità regionale di contea (MRC) di Vaudreuil-Soulanges ed è membro del consiglio di amministrazione dell’Ufficio regionale per l’edilizia abitativa di Vaudreuil-Soulanges. Nel corso dei suoi mandati si è occupato in particolare di infrastrutture locali, sicurezza pubblica e tutela dell’ambiente. L’impegno nelle istituzioni locali ha anche una tradizione familiare. Bourdeau ha raccontato che negli anni Novanta uno zio, allora sindaco di Terrasse-Vaudreuil, si batté per risolvere il problema del passaggio a livello, una questione di sicurezza che nel 2022 risultava ancora irrisolta e che Bourdeau stesso ha portato all’attenzione della Commissione Trasporti e Infrastrutture del Parlamento canadese, nell’ambito di un’audizione sulla sicurezza ferroviaria.