Agosto 2026, Anno XVIII, n. 8

UNA CANZONE PER SEMPRE

di Mariella Palazzolo

Se una canzone non ti dice niente, la dimentichi. Se ti emoziona davvero, può rimanere con te per tutta la vita.

Telos: Le sue canzoni hanno raccontato l’amore, la libertà, le inquietudini e i cambiamenti di intere generazioni. Che cosa deve avere una canzone perché le persone possano riconoscersi nelle sue parole?

MOGOL: Deve avere qualcosa di vero. Ho sempre scritto partendo dalla vita, dalle esperienze, dalle persone, dalle cose che accadono. Gli uomini vivono tutti gli stessi sentimenti: ci sono momenti in cui siamo felici e altri nei quali non lo siamo, proviamo amore, dolore, gelosia. Questo non cambia con le generazioni. Può cambiare il modo di raccontarlo, perché cambiano la società e il linguaggio, ma i sentimenti restano. Per me è sempre stata fondamentale anche la musica. Quando scrivo un testo ascolto quello che la musica mi suggerisce. Se esprime intimità, anche le parole devono andare in quella direzione; se cambia, se cresce, le parole devono seguirla. Musica e testo devono esprimere lo stesso sentimento. Solo respirando la musica arriva il testo. È questo, credo, che permette ad una canzone scritta tanti anni fa di parlare ancora a persone che allora non erano nemmeno nate.

Oggi una canzone può raggiungere milioni di persone in pochissimo tempo, ma altrettanto rapidamente può essere sostituita dalla successiva. Esiste ancora lo spazio per una canzone capace di accompagnare una persona per tutta la vita?

Credo che le persone ne abbiano ancora bisogno. Il problema non sono le persone, sono le canzoni. Oggi molte durano pochissimo e non rimangono nella memoria come accadeva una volta. Una bella canzone, invece, può attraversare le generazioni. Ci sono persone molto giovani che conoscono e cantano brani scritti molti anni prima che nascessero. Questo significa che, quando una canzone ha davvero qualcosa da dire, il tempo non è un ostacolo. La melodia è fondamentale. Se viene a mancare la melodia, viene a mancare qualcosa di importante. Ma bisogna cercare la qualità e, soprattutto, bisogna avere persone competenti capaci di riconoscerla e di farla arrivare al pubblico. Se una canzone non ti dice niente, la dimentichi. Se ti emoziona davvero, può rimanere con te per tutta la vita.

Lei ha attraversato oltre sessant’anni di musica italiana. Ci sono stati periodi nei quali la nostra canzone ha saputo imporsi anche fuori dai confini nazionali. Cosa rese possibile quella stagione? E quale significato attribuisce alla canzone popolare?

Ci sono state stagioni diverse. Per un periodo la Francia è stata considerata un punto di riferimento per la canzone. Poi in Italia abbiamo avuto la grande stagione dei cantautori genovesi e, successivamente, un periodo nel quale credo che il nostro Paese sia riuscito a produrre alcune delle canzoni più belle. Era una stagione di grande creatività e di grande qualità, e i risultati hanno avuto una dimensione internazionale. Mi è stato detto che le canzoni che ho scritto hanno venduto 523 milioni di dischi nel mondo. È una cifra enorme, che dà la misura di quanto siamo riusciti ad arrivare lontano. La cultura popolare ha una responsabilità enorme, proprio perché arriva a tutti. Popolare non significa inferiore. La cultura è tale quando riesce a raggiungere le persone. Le canzoni vengono ascoltate, cantate, imparate a memoria e, quando sono di livello, possono diventare uno strumento di crescita culturale. Se invece la qualità viene meno, questa funzione si perde. Non credo alla distinzione tra una musica nobile e una musica popolare: esistono la buona musica e la cattiva musica. Se invece la qualità viene meno, questa funzione si perde. Ecco perché insisto sulla competenza. Chi sceglie le canzoni da proporre al pubblico deve essere capace di riconoscere la qualità. Bisogna saper riconoscere una bella canzone e darle la possibilità di arrivare alle persone.

Se dovesse individuare il momento nel quale è diventato davvero autore, quale sceglierebbe?

Il mio vero inizio da autore è stato con Lucio Battisti. Prima facevo soprattutto le versioni italiane di canzoni americane, inglesi e francesi: partivo da quei brani e scrivevo un testo italiano sulla loro musica. Con Lucio è cominciato qualcosa di completamente diverso: non si trattava più di adattare una canzone nata altrove, ma di costruire insieme qualcosa di nuovo. La prima volta che ci incontrammo, però, non rimasi particolarmente impressionato. Mi fece ascoltare una sua canzone e gli dissi francamente: “Non è un granché”. Lui rispose: “Sono d’accordo”, e mi fece un grande sorriso. Poi le cose andarono diversamente. All’inizio Lucio non voleva neppure cantare e fui io a insistere perché lo facesse. Era uno studioso straordinario: studiava sette ore al giorno i più grandi interpreti del mondo e il lavoro dei più grandi autori e compositori. Io scrivevo i testi seguendo la sua musica. Avevo una grande ammirazione per lui. Se mi chiede di scegliere un singolo episodio faccio fatica, perché sono successe troppe cose. Ho avuto tanti momenti belli nella mia vita e mi considero molto fortunato. Posso dire che tutta la vita d’autore che ho vissuto con Lucio è, per me, un bellissimo ricordo.

Editoriale

Viviamo in un tempo che sembra avere un rapporto sempre più difficile con la durata. Le notizie si consumano nell’arco di poche ore, le immagini scorrono senza lasciare una traccia, ciò che oggi occupa ogni spazio dell’attenzione collettiva può scomparire domani senza conseguenze apparenti. Anche la cultura risente di questa accelerazione. Non perché si produca meno, probabilmente accade il contrario, ma perché tra la produzione di qualcosa e la sua sostituzione con qualcos’altro il tempo si è drasticamente ridotto. La musica è forse uno degli osservatori più evidenti di questa trasformazione. Le piattaforme hanno reso accessibile in pochi secondi una quantità di brani che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. È un ampliamento straordinario delle possibilità di scelta, che porta però con sé una domanda diversa: quanto di ciò che ascoltiamo è destinato a rimanere? Questo è uno dei temi che abbiamo toccato con l’intervistato del numero di agosto di PRIMOPIANOSCALAc, Mogol! Nel suo dire cogliamo molti spunti di riflessione. Ogni epoca tende a ricordare il meglio di quella precedente e a dimenticarne la produzione mediocre. Sarebbe quindi troppo semplice opporre le grandi canzoni di ieri alla musica di oggi. Più interessante è interrogarsi su ciò che consente a un prodotto della cultura popolare, tanto amata da Mogol, di sottrarsi al proprio tempo e diventare patrimonio comune. Una canzone che viene imparata, cantata e trasmessa entra nel linguaggio, si associa a esperienze individuali, accompagna momenti della vita e finisce per costruire una forma di memoria condivisa. È un processo che riguarda la musica, ma anche il cinema, la letteratura, il teatro e, più generalmente, tutto ciò che una società sceglie di conservare. La recente scomparsa di Francesco Guccini rende questa riflessione particolarmente attuale. Di lui si sono ricordate in queste settimane le canzoni, ma anche le poesie, i romanzi, i luoghi, il rapporto con la storia italiana e quella capacità di parlare a generazioni diverse che ha accompagnato tutta la sua opera. Mogol, interrogato su ciò che Guccini lascia, ha usato un’espressione precisa: ha contribuito a “tenere alta la cultura popolare”. E ha aggiunto che popolare non significa inferiore. La questione per Mogol diventa che cosa consente a un’opera di attraversare il tempo e, insieme, chi contribuisce a questa selezione. L’enorme disponibilità di contenuti ha indebolito la funzione di mediazione che per molto tempo è appartenuta a editori, critici, giornalisti, programmatori, direttori artistici. È difficile rimpiangere un sistema nel quale pochi decidevano ciò che molti avrebbero potuto ascoltare o leggere. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’assenza di mediazione coincida automaticamente con una maggiore libertà culturale. Gli intermediari non sono scomparsi: in molti casi hanno semplicemente cambiato natura. Alla selezione umana si sono affiancati algoritmi capaci di orientare una parte crescente delle nostre scelte. È in questo passaggio che la parola competenza, sulla quale Mogol insiste più volte nell’intervista pubblicata in questo numero di PRIMOPIANOSCALAc, acquista un significato che supera ampiamente la musica. Competenza significa capacità di distinguere, scegliere, attribuire valore. Non implica stabilire dall’alto ciò che debba piacere, ma creare le condizioni perché ciò che merita attenzione non venga cancellato. È una concezione forse distante dall’idea contemporanea di consumo culturale, ma pone una questione ancora attuale: la quantità di cultura alla quale abbiamo accesso coincide necessariamente con la sua assimilazione? Non è casuale che questa idea dell’assimilazione ricompaia in un territorio apparentemente lontanissimo dalle canzoni. Nel 2024 Mogol ha pubblicato La Rinascita. La salute è il risultato di una cultura assimilata e applicata con rigore, un libro dedicato alla prevenzione e realizzato ricorrendo anche al contributo di medici e ricercatori. Il punto interessante è osservare la continuità di un’idea: la conoscenza acquista valore quando viene acquisita, interiorizzata e trasformata in comportamento. È anche uno degli aspetti meno conosciuti di una personalità difficile da racchiudere nel solo mestiere di autore. Nella vita di Giulio Rapetti ci sono state le canzoni, naturalmente, ma anche i viaggi, l’attività subacquea, i cavalli, l’insegnamento e una curiosità che lo ha portato a interessarsi a territori molto diversi tra loro. Una disposizione che forse aiuta a comprendere una biografia attraversata più dal desiderio di fare esperienza che dalla volontà di custodire ciò che era già stato raggiunto. Il 17 agosto Mogol ha compiuto novant’anni. Una data che invita inevitabilmente a parlare di longevità. Forse è questo l’aspetto più interessante di una conversazione con chi ha attraversato quasi un secolo e oltre sessant’anni di cultura italiana: domandarsi che cosa, del presente, riuscirà a diventare passato. E soprattutto che cosa avremo scelto di ricordare. Anche nella copertina di agosto di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784.  

Mariella Palazzolo

Giulio Rapetti Mogol è autore, editore e scrittore, tra le figure che hanno maggiormente segnato la storia della canzone italiana. Figlio di Mariano Rapetti, dirigente delle edizioni Ricordi e autore con lo pseudonimo Calibi, comincia giovanissimo a lavorare nel mondo musicale. È la SIAE ad assegnargli lo pseudonimo Mogol, che in seguito diventerà legalmente parte del suo cognome. Prima autore di versioni italiane di canzoni straniere, dalla metà degli anni Sessanta lega il proprio nome a Lucio Battisti, con il quale dà vita a uno dei sodalizi più importanti della musica italiana. Nel corso della sua carriera scrive 1.776 canzoni e collabora, tra gli altri, con Mina, Celentano, Morandi, Cocciante, Mango e Gianni Bella. Nel 1992 fonda in Umbria il CET, Centro Europeo di Toscolano, scuola dedicata alla formazione di autori, compositori e interpreti. Grande viaggiatore, appassionato di cavalli e attività subacquee, ha compiuto da solo il giro del mondo e nel 1970 ha percorso con Battisti, a cavallo, i seicento chilometri da Milano a Roma. Alla musica ha affiancato negli anni interessi diversi, dalla formazione alla salute e alla prevenzione. Cattolico praticante, considera la fede un riferimento centrale della propria vita. Nato a Milano il 17 agosto 1936, è sposato con Daniela, più giovane di lui di 33 anni e ispiratrice di Dormi amore, la canzone alla quale si dichiara più legato.