Luglio 2026, Anno XVIII, n. 7

COMANDARE ED ESSERE COMANDATI

di Marco Sonsini

Una duplice aspirazione, apparentemente contraddittoria: da un lato il desiderio di un'autorità forte, dall'altro la richiesta di una partecipazione più ampia e diretta dei cittadini.

Telos: Chi appare oggi come il favorito nella corsa all’Eliseo del 2027 e quali saranno, a suo avviso, i fattori decisivi della prossima elezione presidenziale?

MARC LAZAR: Allo stato attuale, la principale favorita delle elezioni presidenziali del 2027, almeno per l’accesso al secondo turno, è Marine Le Pen. Ha già annunciato la propria candidatura, benché la sua posizione giudiziaria rimanga ancora incerta. Pur trovandosi in una situazione di sospensione e incertezza, il suo partito, il Rassemblement National (RN), beneficia di una dinamica elettorale particolarmente favorevole. Tutti i sondaggi indicano che lei e Jordan Bardella, presidente del RN, sono oggi le figure politiche più popolari del Paese e che Marine Le Pen concluderebbe nettamente in testa il primo turno, previsto per il 18 aprile 2027. A favorirla è anche l’attuale configurazione del quadro politico. Alla sua destra, Éric Zemmour potrebbe raccogliere tra il 5 e il 6% dei consensi, senza tuttavia rappresentare una reale minaccia. Sul fronte opposto, Jean-Luc Mélenchon, leader di La France Insoumise, formazione della sinistra radicale e populista, dispone ancora di una solida base elettorale, ma suscita ormai nei francesi timori persino maggiori di quelli associati al RN. La sinistra riformista appare invece debole sul piano elettorale e frammentata in una pletora di possibili candidature. Al centro dello schieramento politico è già iniziata la competizione tra due ex Primi ministri del presidente Macron, Édouard Philippe e Gabriel Attal, con Philippe che, almeno per il momento, sembra godere di un vantaggio. I Républicains sono rappresentati da Bruno Retailleau, che incontra notevoli difficoltà nel ricompattare la destra: una parte guarda verso il centro, mentre un’altra appare sempre più incline a convergere sul RN. Ciò non significa, tuttavia, che Marine Le Pen diventerà il nono Presidente della Quinta Repubblica. Molto dipenderà innanzitutto dall’avversario che affronterà al secondo turno. Sarà poi determinante verificare se l’elettorato francese sarà disposto a eleggere una candidata gravata da una pesante condanna giudiziaria. Infine, gli elettori valuteranno la credibilità delle risposte offerte dai candidati alle principali questioni che domineranno la campagna elettorale: la crescita economica, il risanamento dei conti pubblici, le disuguaglianze, lo stato del sistema sanitario, l’immigrazione, la sicurezza, il futuro dell’integrazione europea e le grandi sfide internazionali che incidono direttamente sulla Francia.

L’ascesa delle destre rappresenta uno dei fenomeni più rilevanti della politica europea contemporanea. Quali sono, a suo avviso, le principali differenze tra il caso francese e quello italiano?

La Francia si distingue per una doppia polarizzazione agli estremi dello spettro politico, incarnata dal Rassemblement National e da La France insoumise. Una parte significativa della destra francese guarda con interesse all’esperienza italiana e condivide una vera e propria Meloni-mania. Giorgia Meloni viene celebrata come la leader di una coalizione di centrodestra percepita come solida e stabile. Sono particolarmente apprezzati il suo nazionalismo, la lotta all’immigrazione clandestina, l’impegno contro l’insicurezza, la volontà di contrastare quella che definisce l’«egemonia culturale» della sinistra, le critiche a un’Unione Europea ritenuta eccessivamente burocratica e il sostegno all’Ucraina. Le differenze, tuttavia, restano profonde. Una parte consistente della destra francese, ad esempio, non condivide i richiami di Giorgia Meloni a Dio e alla difesa dei valori tradizionali. Ma la differenza principale è questa: dal 1994 i partiti della destra italiana sono abituati a presentarsi uniti alle elezioni, con un programma comune e una leadership riconosciuta: ieri Silvio Berlusconi, oggi Giorgia Meloni, quale esponente del partito predominante della coalizione. In Francia, invece, un’unione delle destre non esiste ancora. Storicamente, prima il Front National e poi il Rassemblement National vi si sono sempre opposti, ed è tuttora la posizione di Marine Le Pen. Jordan Bardella non esclude questa prospettiva, ma soltanto dopo un’eventuale vittoria del RN alle elezioni presidenziali. Se ciò dovesse accadere, è assai probabile che numerosi dirigenti ed eletti dei Républicains accettino di stringere un accordo con il RN in vista delle successive elezioni legislative, sostengano il nuovo esecutivo e ne entrino a far parte.

Come viene percepita oggi in Francia la politica italiana e, più in particolare, l’azione del governo di Giorgia Meloni?

Fino al 2022, tanto la destra quanto la sinistra francesi avevano un’immagine piuttosto negativa della politica italiana, ritenuta instabile, inefficiente, corrotta e dominata da logiche clientelari. Oggi la situazione è profondamente cambiata. La destra francese, come già accennato, esprime ampi apprezzamenti nei confronti del governo guidato da Giorgia Meloni. Quello che un tempo era considerato un modello da evitare è divenuto, per molti, una fonte di ispirazione. L’atteggiamento della sinistra è invece diametralmente opposto. Ai suoi occhi, Giorgia Meloni incarna una figura sostanzialmente riconducibile a una destra di matrice postfascista, conservatrice e reazionaria; il suo governo viene definito di estrema destra e la sua azione politica considerata una minaccia per la democrazia. In questa prospettiva, l’esperienza italiana viene elevata a controesempio paradigmatico. Dal canto suo, il governo francese cerca oggi di lasciarsi alle spalle le polemiche del passato e, come dimostrato dal vertice intergovernativo di Antibes del 25 giugno scorso, intende consolidare la cooperazione con l’esecutivo italiano, pur nella consapevolezza della permanenza di significative divergenze su questioni di fondo.

I partiti tradizionali sembrano attraversare una crisi profonda. Qual è la sua analisi di questa evoluzione?

Sì, i partiti tradizionali, tanto di sinistra quanto di destra, stanno attraversando una crisi profonda. Più in generale, sono le nostre democrazie a vivere una fase di evidente difficoltà. In tutta Europa, e in misura ancora più accentuata in Francia, tutte le ricerche condotte negli ultimi anni documentano un diffuso clima di sfiducia nei confronti della politica. Gli eletti e i dirigenti politici sono percepiti da una larga parte dell’opinione pubblica come corrotti, mossi esclusivamente da interessi personali e incapaci di comprendere le reali preoccupazioni dei cittadini. A ciò si aggiungono la debole crescita economica, la disoccupazione, le molteplici disuguaglianze — sociali, di genere, generazionali e territoriali — e la crescente precarietà del mercato del lavoro, fattori che alimentano un profondo disagio sociale e rafforzano la percezione che la democrazia non sia più in grado di mantenere la propria promessa di uguaglianza. Infine, gli europei condividono un interrogativo sempre più pressante sul piano culturale e identitario. La globalizzazione, l’integrazione europea e la crescente diversificazione delle nostre società, in un contesto segnato dal declino demografico, pongono una domanda fondamentale: come definiamo oggi la nostra identità? Ci si sente anzitutto fiorentini, toscani, italiani o europei? I partiti tradizionali faticano a offrire risposte convincenti a questi interrogativi. Ne traggono vantaggio forze e leader molto diversi tra loro, come il Rassemblement National, Fratelli d’Italia e, in un registro completamente differente, il Movimento 5 Stelle e La France insoumise, accomunati da una significativa componente populista. Queste forze si presentano come gli autentici interpreti della volontà popolare, promettono di restituire pienamente il potere ai cittadini e fanno ampio ricorso alla retorica del volontarismo politico. In questo modo riescono a intercettare una duplice aspirazione, apparentemente contraddittoria ma profondamente radicata tanto in Francia quanto in Italia: da un lato, il desiderio di un’autorità forte — che non va confuso con l’autoritarismo — capace di dare senso e direzione all’azione pubblica; dall’altro, la richiesta di una partecipazione più ampia e diretta dei cittadini ai processi decisionali della democrazia.

Editoriale

Ogni stagione politica produce il proprio lessico. E ogni lessico, prima o poi, smette di spiegare la realtà. Forse è proprio questo il momento che sta vivendo l'Europa. Continuiamo a descrivere il dibattito pubblico con categorie ormai familiari – destra e sinistra, moderati e radicali, europeisti e sovranisti – ma la sensazione è che queste definizioni riescano sempre meno a cogliere ciò che realmente muove gli elettori. Non è un fenomeno esclusivamente francese, né italiano. È una trasformazione che attraversa l'intero continente. Le grandi appartenenze ideologiche che hanno segnato il secondo dopoguerra si sono progressivamente indebolite, mentre sono emerse domande nuove, spesso trasversali agli schieramenti tradizionali: la richiesta di sicurezza, il bisogno di protezione sociale, il tema dell'identità nazionale, il rapporto con l'immigrazione, la fiducia nelle istituzioni, la percezione dell'efficacia dello Stato. In questo scenario, anche le parole con cui giudichiamo i protagonisti della politica sembrano perdere precisione. Definire un leader "populista", "sovranista" o "conservatore" può essere corretto sul piano descrittivo, ma raramente basta a spiegare perché raccolga consenso. Così come etichettare un progetto politico come "progressista" o "moderato" non aiuta necessariamente a comprendere le ragioni della sua eventuale difficoltà elettorale. La politica europea appare sempre meno organizzata attorno a identità ideologiche consolidate e sempre più attorno alla capacità di interpretare un diffuso sentimento di incertezza. È qui che si gioca oggi la competizione: non tanto sulla contrapposizione tra modelli teorici, quanto sulla credibilità delle risposte offerte a società che percepiscono il futuro come più fragile, più instabile, più difficile da governare. La Francia rappresenta, da questo punto di vista, un osservatorio privilegiato. Non perché anticipi necessariamente il destino degli altri Paesi europei, ma perché le tensioni che la attraversano – la crisi dei partiti tradizionali, la ridefinizione degli equilibri politici, il rapporto tra istituzioni e opinione pubblica – si manifestano con particolare intensità e finiscono spesso per illuminare dinamiche comuni a molte democrazie occidentali. Comprendere ciò che accade oltre le Alpi significa allora interrogarsi anche sul futuro dell'Europa. Significa chiedersi se stiamo assistendo a una semplice alternanza politica o a una più profonda ridefinizione delle forme della rappresentanza democratica. È una domanda che riguarda tutti, indipendentemente dalle preferenze elettorali, perché investe il modo stesso in cui le nostre società cercano oggi di costruire consenso e legittimazione. L’ospite di luglio, di PRIMOPIANOSCALAc, il politologo francese Marc Lazar, propone una lettura che va oltre la cronaca e le semplificazioni del dibattito quotidiano. Attraverso l'analisi del caso francese, offre spunti utili per comprendere le trasformazioni che stanno interessando l'intero spazio politico europeo, ricordandoci che, prima ancora dei governi e dei leader, sono cambiate le domande che i cittadini rivolgono alla politica. Molto interessante è il suo riferimento al volontarismo politico: teoria secondo la quale la soluzione dei problemi collettivi dipenderebbe anzitutto dalla determinazione di chi governa: se esiste una volontà politica sufficientemente forte, ogni ostacolo può essere superato. È una tesi che ridimensiona il peso dei vincoli economici, giuridici o internazionali e restituisce alla politica un'immagine di onnipotenza decisionale. Non è un caso che questa retorica trovi terreno fertile in una fase storica segnata da incertezza e disillusione. Di fronte a società che percepiscono lo Stato come meno efficace e le istituzioni come più deboli, la promessa di «voler fare» finisce spesso per apparire più convincente della discussione sulla concreta fattibilità delle politiche pubbliche. Nella serie 2026 delle copertine di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato: il nome proprio riprende una delle tonalità della statua, mentre il cognome è nero. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784. Nella copertina di luglio, la fusione tra il ritratto e la scultura raggiunge un equilibrio particolarmente felice. Dalla capigliatura allo sguardo, le due metà sembrano appartenere da sempre alla stessa figura.

Mariella Palazzolo

Marc Lazar è uno storico e politologo francese, professore emerito di Storia e sociologia politica a Sciences Po di Parigi e titolare di una cattedra all’Università Luiss. I suoi studi si concentrano sull'evoluzione delle democrazie europee, con particolare attenzione ai sistemi politici francese e italiano, ai partiti, ai populismi, alla rappresentanza politica e alle trasformazioni della partecipazione democratica. È autore di numerosi saggi tradotti in più lingue. Interviene regolarmente nei media francesi, italiani e di lingua inglese e membro di autorevoli istituti di ricerca europei, è tra i più qualificati interpreti delle dinamiche politiche contemporanee in Francia, in Italia e nell'Unione Europea. Fuori dall'attività accademica coltiva la passione per la letteratura, il teatro e il cinema, ama la montagna e la campagna – con una predilezione per la Costiera Amalfitana, l'Umbria, le Alpi, la Borgogna e il Sud-Est della Francia.  Pratica sport, segue il calcio e divide la propria vita tra le sue due città del cuore, Parigi e Roma. Tra i libri che considera fondamentali figurano Vita e destino di Vasilij Grossman, Il rosso e il nero di Stendhal, Il visconte dimezzato di Italo Calvino e Pastorale americana di Philip Roth. Ama la cucina francese, italiana e giapponese.