
Contro il pensiero unico
“La cosiddetta ‘scomodità’, cioè la capacità di non allinearsi, di mantenere una posizione autonoma, non è più una leva di cambiamento. Al contrario, viene spesso marginalizzata.”
Telos: Lei è stata spesso definita ‘scomoda’. In politica la scomodità è ancora una leva di cambiamento?
Anna Paola Concia: Guardi, parto dall’esperienza che ho appena fatto, quella del referendum sulla giustizia. Erano dieci anni che non mi impegnavo in una battaglia referendaria su temi politici, e questa cosa mi ha colpito molto. Mi sento di dire che oggi siamo dentro un clima di fortissima polarizzazione. C’è una tendenza molto netta a chiedere alle persone di stare da una parte o dall’altra, senza possibilità intermedie. In questo contesto, la cosiddetta ‘scomodità’, cioè la capacità di non allinearsi, di mantenere una posizione autonoma, non è più una leva di cambiamento. Al contrario, viene spesso marginalizzata. Le persone che hanno un pensiero più complesso, meno schierato, più libero, vengono messe ai margini. Non trovano spazio. È come se non ci fosse più legittimità per chi non rientra in uno schema binario. E questo produce un effetto molto grave: scompare lo spazio per il dubbio. Non c’è più la possibilità di coltivare un pensiero che tenga insieme elementi diversi, anche contraddittori. Alla luce dei risultati del referendum, questa dinamica è ancora più evidente. Il dibattito pubblico non riesce più ad affrontare la complessità e finisce per ridurre tutto a contrapposizioni semplici. Per me questo è un fatto molto negativo.
In diverse occasioni ha criticato il modo in cui il dibattito politico affronta questioni complesse. Come descriverebbe oggi il rapporto tra media, politica e formazione dell’opinione pubblica?
Vivo da dodici anni in un altro Paese, e questo mi ha dato una distanza utile per osservare meglio quello che succede in Italia. Mi sono convinta che nel nostro Paese il rapporto tra media, politica e costruzione dell’opinione pubblica sia problematico, direi quasi ‘malato’. Oggi l’opinione pubblica si costruisce moltissimo attraverso i social network. E questo ha cambiato profondamente tutto il sistema dell’informazione. I giornali tradizionali sono molto condizionati da ciò che accade nella rete. Non sono più soltanto loro a guidare il dibattito: lo subiscono. La rete, però, funziona secondo logiche molto precise: tende a esasperare, a polarizzare, a premiare ciò che è più forte, più emotivo, più immediato. Questo porta a una rappresentazione molto semplificata della realtà. Il dibattito pubblico viene ridotto a schemi elementari: bianco o nero, giusto o sbagliato. Ma la realtà non è così. È fatta di complessità, di sfumature, di livelli diversi. Il problema è che questa complessità non trova spazio. Non viene raccontata. E quindi le persone fanno sempre più fatica a costruirsi un’opinione autonoma. I media privilegiano ciò che è più attrattivo, più “forte”, anche quando è meno aderente alla realtà. E questo crea uno scollamento tra ciò che viene raccontato e ciò che realmente accade. Nella realtà le cose sono molto più articolate, ma questa articolazione non entra nel dibattito pubblico. E questo, secondo me, è uno degli elementi più critici per la qualità della democrazia oggi.
Nuove generazioni e nuove sensibilità. Che cosa resta dell’attivismo come forza capace di incidere sulle decisioni politiche e sulle scelte pubbliche?
Vedo nelle nuove generazioni una sensibilità molto forte su questi temi: femminismo, diritti delle persone LGBT, questioni legate all’identità. C’è una forte attrazione verso queste battaglie, e questo è sicuramente un elemento positivo. Allo stesso tempo, però, vedo anche un rischio. Quando tutto viene letto solo in chiave identitaria, si rischia di costruire una società fatta di tante identità separate. E queste identità, invece di rafforzare i diritti, possono diventare delle trappole. Perché frammentano. Dividono. E alla fine rischiano anche di indebolire le conquiste fatte. Penso che oggi, paradossalmente, stiamo assistendo anche a dei passi indietro, sia sui diritti delle donne sia su quelli delle persone LGBT. Per questo credo che sia necessario recuperare un’altra prospettiva: quella dei diritti universali di cittadinanza. I diritti devono essere di tutti. Devono poggiare su un principio di universalità e di uguaglianza. Negli ultimi anni questo principio è stato in parte abbandonato, e secondo me è un errore. Le differenze esistono e vanno riconosciute, ma non possono diventare l’unico fondamento della politica. Altrimenti si perde la dimensione comune.
Quale sarà il terreno decisivo sul quale si misurerà la credibilità dei gruppi dirigenti?
Penso che il terreno decisivo sarà quello della qualità della democrazia. Oggi le democrazie occidentali stanno attraversando una fase di difficoltà molto profonda. Non è una crisi superficiale o contingente: è qualcosa di più strutturale, che riguarda il rapporto tra cittadini, istituzioni e valori democratici. Dentro questa crisi si inserisce anche la crescita di sentimenti antioccidentali. E attenzione: non parlo solo di fenomeni esterni, geopolitici, ma anche di qualcosa che riguarda le nostre stesse società. C’è una messa in discussione sempre più diffusa di alcuni pilastri fondamentali delle democrazie liberali: lo stato di diritto, il pluralismo, le libertà individuali, il valore delle istituzioni rappresentative. Questi sentimenti nascono anche da una percezione di distanza tra cittadini e politica, da un senso di sfiducia, di disillusione. Ma il rischio è che questa critica si trasformi in un rifiuto complessivo del modello democratico occidentale. E questo apre uno spazio molto pericoloso, perché non sempre le alternative che emergono sono più democratiche. Anzi, spesso mettono in discussione diritti e libertà che consideravamo acquisiti. Noi viviamo in società libere, e questo è un patrimonio enorme, costruito nel tempo. Ma oggi questo patrimonio non è più dato per scontato. Per questo credo che la vera sfida per i gruppi dirigenti sarà duplice: da un lato, ricostruire fiducia, rendere la democrazia più credibile e più vicina alle persone; dall’altro, difendere con forza i valori fondamentali delle democrazie liberali, senza ambiguità. La credibilità si misurerà esattamente qui: nella capacità di tenere insieme queste due dimensioni, senza cedere né al populismo né alla chiusura. È una partita decisiva, perché riguarda non solo il funzionamento delle istituzioni, ma il futuro stesso delle nostre società.
Editoriale
Questa intervista è un po’ diversa dal solito per una ragione semplice, è avvenuta di persona. Si avverte lungo tutto il testo, perché non c’è distanza, non c’è quella mediazione dello scritto che a volte irrigidisce le parole. Dalla conversazione con l’ospite di PRIMOPIANOSCALAc di questo mese traspare una voce reale, attenta, misurata, evidentemente sincera. Questa impressione è ancora più importante se si considera il momento nel quale è avvenuta la conversazione, pochi giorni dopo la sconfitta del referendum sull’ordinamento giurisdizionale, per il quale, dopo tanti anni dal suo ultimo impegno politico referendario, Anna Paola Concia si è spesa, e parecchio! Le sue parole, perfettamente attuali anche dopo quasi un mese, non avevano ancora trovato una distanza e mantenevano un contatto diretto con quanto era da poco accaduto. Proprio per questo, anche oggi, risultano più nette e in alcuni passaggi anche più vulnerabili. Dentro questa cornice prende forma una riflessione che riguarda il modo nel quale oggi si sta nello spazio pubblico. Chi prova a sottrarsi ad una logica di schieramento rigido finisce spesso ai margini. Non perché manchino gli argomenti, ma perché il contesto non li accoglie più da tempo. Oggi si chiede, si pretende adesione, e si rifugge la complessità. Si chiede semplificazione immediata, non un pensiero che tenga insieme elementi diversi. Il risultato è una progressiva riduzione del dibattito, ma anche di una educata conversazione in una cena tra amici, purtroppo. Mi guarderei bene dal dire che si parla meno, ma si parla decisamente peggio. Si è persa la capacità di affrontare i temi senza banalizzarli, di riconoscere che le questioni importanti raramente stanno da una sola parte. Chi si comporta diversamente, chi crede nel dialogo, nel confronto libero e aperto finisce con il diventare ‘scomodo’. Chissà in quanti tra i nostri lettori si ritrovano in queste parole, nel disagio di chi a volte quasi teme di esprimersi, e poi dice tra sé e sé … ma chi me lo fa fare? Questo, ci spiega Anna Paola, si lega anche al modo con il quale oggi si forma l’opinione pubblica. L’informazione non è più soltanto ciò che i media decidono di raccontare, ma ciò che riesce a circolare, a imporsi, a generare reazioni. In questo passaggio, tutto quello che è più complesso resta indietro, diventa invisibile. Il punto non è soltanto la presenza dei social, ma il tipo di linguaggio che si afferma, un linguaggio che privilegia ciò che è immediato, riconoscibile, divisivo. E che fatica a restituire la realtà nella sua interezza, con il risultato di creare una distanza tra ciò che accade e ciò che viene percepito. È in questo quadro che si inserisce il tema delle battaglie identitarie. Il problema, ci dice la Concia non è il riconoscimento delle differenze: questo resta un passaggio fondamentale. Il problema nasce quando l’identità diventa l’unico criterio attraverso il quale leggere la realtà. Quando tutto viene ricondotto ad un’appartenenza. In quel caso si rischia di costruire una somma di rivendicazioni separate. Ogni gruppo difende il proprio spazio, ma fatica a trovare un terreno comune con gli altri. Questo indebolisce la possibilità di incidere davvero, perché la politica ha bisogno di un linguaggio condiviso, non di una frammentazione continua. Il richiamo di Anna Paola ai diritti universali va letto in questa direzione, come un tentativo di ricostruire un punto di incontro. Lascio a voi ora gustare questa bellissima intervista, dove si parla di impegno politico, lotta per i diritti, e di qualità della democrazia. E di tanto altro ancora di davvero scomodo. Alla fine della conversazione il primo aggettivo che mi è venuto in mente per descrivere Anna Paola non è stato più scomoda, bensì impavida. Non siete d’accordo? Nella serie 2026 delle copertine di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato: il nome proprio riprende una delle tonalità della statua, mentre il cognome è nero. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784.
Mariella Palazzolo
Anna Paola Concia ha ricoperto ruoli di responsabilità in tutte le principali istituzioni italiane: Assessora al Comune di Firenze, Presidente di Agensport alla Regione Lazio, Deputata della Repubblica e Consigliera di tre Ministre. Dal 2014 vive a Francoforte, dove si occupa di relazioni economiche, istituzionali e culturali tra Italia e Germania: un’esperienza che ha contribuito a trasformarla profondamente. Da dieci anni è Coordinatrice del Comitato Organizzatore di Fiera Didacta Italia, edizione italiana di Didacta International, la più importante fiera mondiale dedicata alla scuola, da lei portata in Italia. È sposata con Ricarda Concia, criminologa tedesca. Curiosa della vita, questo l’ha portata “a vivere molte vite, e molto diverse tra di loro”, ricominciando più volte. Profondamente legata al valore della libertà, in particolare quella di pensiero, che coltiva con cura. Ci dice di sé “Sono laureata in scienze motorie, sono una sportiva da quando avevo tre anni, quando mi regalarono i primi pattini. Per un certo periodo lo sport è stato la mia vita e il mio lavoro. Sono stata una atleta, una maestra di tennis e un’allenatrice. Sicuramente lo sport ha segnato profondamente il mio modo di approcciare alla vita. La mia grande passione è realizzare progetti nei quali credo.” Indimenticabile anche per il suo rossetto rosso fuoco, diventato negli anni, attraverso battaglie di ogni tipo, il suo segno distintivo.