
FRANCESCO. UOMO MODERNO
“Perché pone la questione della piena realizzazione della propria vita personale. Una questione che otto secoli più tardi è diventata patrimonio di tutti.”
Telos: Perché lei definisce San Francesco “il primo uomo moderno”?
Mauro Magatti: In un piccolo paese del’’Italia centrale, nel cuore del Medioevo, Francesco – uomo laico – leggendo il Vangelo per la prima volta interpreta la Sacra Scrittura come qualcosa che lo interpella come uomo libero. Pur mantenendosi all’interno della cornice religiosa e di obbedienza alla Chiesa, pone la questione della piena realizzazione della propria vita personale. Una questione che otto secoli più tardi è diventata patrimonio di tutti: a partire dalla seconda metà del Novecento, ognuno di noi si sente titolare del diritto-dovere di realizzare pienamente la propria esistenza. Proprio per questo, penso che sentiamo Francesco come un uomo molto vicino a noi, alla nostra esperienza personale. Come detto, la sua vicenda si lega intimamente alla cornice religiosa, ma la sua radicalità ci interpella perché esprime il desiderio di pienezza che tutti condividiamo ancora oggi. Da questo punto di vista, Francesco è l’uomo che segue pienamente il desiderio, intendendo questa parola non come una via per appropriarsi della realtà, ma come una vocazione che ci chiama alla pienezza della vita.
Nella vita di San Francesco emerge una forte dimensione relazionale con gli altri, con la natura e con Dio. Perché questa visione è così importante anche per l’uomo di oggi?
Francesco ha piena consapevolezza del rapporto strutturalmente relazionale che lega la vita di ogni singolo individuo. Si pensa in relazione al cosmo, quindi a Dio non come un’astrazione, ma come qualcosa che si esprime nella relazione con gli altri – i fratelli – e con la natura. Possiamo trovare questa traccia molto chiaramente anche nell’eredità di Papa Francesco e nelle sue encicliche Fratelli tutti e Laudato si’. Questa concezione di Francesco è quanto mai attuale, perché siamo nel mezzo di una grande crisi antropica. Abbiamo immaginato che fosse possibile una crescita illimitata che ampliasse la libertà di azione di ogni singolo individuo, pensato appunto come un atomo indipendente da ciò che viene prima, da ciò che sta intorno, da ciò che viene dopo. La crisi antropica – che consiste nel caos geopolitico, ecologico, culturale e sociale – ci dice che questa visione puramente individualistica è del tutto infondata. Francesco, con questa idea strutturalmente relazionale della vita e dell’umano, anticipa anche la conoscenza scientifica che da un secolo ci conferma questa prospettiva: tutto è in relazione con tutto, e la nostra libertà non può esimersi da questa responsabilità.
Nel suo lavoro lei sviluppa il paradigma della generatività sociale. Che cosa significa “far essere nel voler bene”?
Il paradigma della generatività sociale cerca di tradurre esattamente questa visione in categorie utili per la vita sociale contemporanea. Se oggi dovessi definire la generatività sociale, parlerei di “far essere nel voler bene”. Far essere significa che l’umano, intessuto nelle relazioni che lo circondano, ha capacità creativa e trasformativa. Mossi dal desiderio, siamo sempre un passo più in là e abbiamo la tensione a lasciare una traccia nel mondo. Il problema, però, è che questa attività creativa – che la modernità ha molto sottolineato – spesso è indifferente alle sue implicazioni: da un lato distrugge il mondo, dall’altro distrugge le relazioni. Far essere nel voler bene significa allora non solo dedicarsi all’innovazione, alla creatività, alla trasgressione, ma amare ciò che si mette al mondo e farsi amare per potersi a propria volta trasformare. Questa struttura relazionale è di per sé dinamica. Per questo la generatività guarda con una certa diffidenza la stessa idea di comunità o di solidarietà – non perché queste idee non siano preziose, ma perché le abbiamo sempre pensate in maniera statica. Il paradigma della generatività si struttura su quattro passaggi: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare. Questo circuito è strutturalmente dinamico e collega vita e morte, l’arco dentro cui la nostra vita si svolge. È un tentativo di salvare la libertà – che oggi viene messa chiaramente in discussione – ma di collocarla dentro quella struttura relazionale in una prospettiva di vitalità dinamica. Per citare Erikson: nell’adolescenza facciamo tutti l’esperienza dell’uscita dalle relazioni familiari, dell’esplorare il mondo, dell’essere sorpresi dalla novità e del ricercare continuamente nuove esperienze. Ma poi viene il momento in cui bisogna decidere su che cosa focalizzare la nostra capacità creativa, quali relazioni far essere nel mondo. Interpretiamo la crisi antropica in cui siamo come una crisi adolescenziale: la libertà si può salvare solo se matura una più piena consapevolezza di sé.
Perché la generatività, secondo lei, non è solo una virtù personale ma un vero progetto sociale capace di trasformare?
La generatività è un affare che riguarda la singola persona, ma anche le forme sociali e, in ultima istanza, il modello di sviluppo in cui viviamo. Parliamo di generatività perché dobbiamo trovare qualcosa che sia antropologicamente profondo tanto quanto il consumo. L’uomo ha sempre consumato, ma la società consumistica del secolo scorso è stata un’organizzazione sociale costruita ad arte: abbiamo creato la pubblicità, le vetrine, la carta di credito. La generatività sociale non è semplicemente un atto di buona volontà, ma un cambiamento culturale che può aprire la strada a una trasformazione socioeconomica e istituzionale fondamentale. È un progetto sociale in cui possiamo ripensare il nostro modo di vivere, di consumare, di produrre, a partire dal domandarsi: quali sono i beni di cui abbiamo bisogno e che possono accrescere la felicità e contrastare le drammatiche disuguaglianze che vediamo attorno a noi? Questo lavoro si concentra su tre ambiti principali. Il primo riguarda il ripensamento radicale dei processi formativi ed educativi, a partire dai primi mesi di vita fino all’età della pensione. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la cura della persona e delle nostre capacità cognitive e culturali è una priorità che non può essere sottovalutata. Il secondo ambito riguarda i modelli organizzativi – profit, non profit, istituzioni pubbliche e private – che devono essere capaci di una mediazione più efficace tra le richieste degli apparati sistemici in cui la nostra vita sociale è organizzata (efficienza, produttività, innovazione) e la domanda di senso, di relazione e di affezione che appartiene alla vita concreta degli individui in carne e ossa, delle persone che non hanno il problema di rispettare vincoli astratti ma di condurre vite sensate. Questo lavoro va svolto in gran parte dentro le organizzazioni, che hanno una grande responsabilità nel costruire una società generativa. Infine c’è il tema dell’abitare e dei luoghi fisici in cui la vita ha luogo. In questi anni, parlando di intelligenza artificiale, si riscopre l’importanza della fisicità che si porta dietro le emozioni e l’affezione, componenti fondamentali dell’intelligenza umana. Tutto questo ha bisogno di radicamento concreto, che significa pensare ai luoghi dell’abitare e del vivere, dove le relazioni tornano a essere radicate e possono trovare i contesti di realizzazione. La diffusione dello smart working può essere una grande occasione per ripensare le nostre città, i nostri tempi, i nostri spazi: tutti temi che interessano molto il percorso verso la società generativa.
Editoriale
Mentre si celebrano gli ottocento anni francescani, la figura di Francesco d’Assisi torna a interrogare anche il nostro presente. Nel cuore del Medioevo, in un mondo attraversato da gerarchie rigide e da un ordine sociale apparentemente immutabile, compie un gesto che ha qualcosa di radicalmente nuovo: legge il Vangelo come una parola rivolta alla propria libertà personale. Non come un sistema di norme astratte, ma come una chiamata a dare forma alla propria vita. In questo senso Francesco appare come uno dei primi uomini moderni: pone al centro la domanda sulla piena realizzazione dell’esistenza, una domanda che oggi sentiamo profondamente nostra e che negli ultimi decenni è diventata quasi un diritto. Ma la modernità di Francesco non sta soltanto in questa attenzione alla singolarità della persona. Sta anche – e forse soprattutto – nella sua intuizione relazionale. La sua esperienza non conosce l’individuo isolato: l’uomo esiste dentro una trama di rapporti che lo legano agli altri, al creato e a Dio. Tutto è relazione. In un’epoca come la nostra, che per lungo tempo ha coltivato l’idea di un individuo autosufficiente, questa intuizione appare sorprendentemente attuale. È proprio su questo terreno che si inserisce la riflessione dell’ospite di PRIMOPIANOSCALAc di questo mese, il prof. Mauro Magatti. Nel suo lavoro sociologico, Francesco diventa una figura anticipatrice di una consapevolezza che oggi torna con forza: l’essere umano non è un atomo separato dal mondo, ma una realtà costitutivamente relazionale. Questa prospettiva acquista un significato ancora più evidente se la osserviamo alla luce della fase storica che stiamo attraversando. Magatti parla infatti di crisi antropica. Non una crisi tra le altre, ma una crisi che riguarda l’idea stessa di essere umano che ha guidato la modernità. Per decenni abbiamo immaginato una crescita illimitata basata sull’espansione della libertà individuale, come se ogni soggetto potesse muoversi senza vincoli rispetto agli altri, alla natura e persino alle conseguenze delle proprie azioni. Oggi questa visione mostra tutte le sue contraddizioni. Le tensioni geopolitiche, le fratture sociali, le emergenze ambientali indicano che il problema non è soltanto economico o politico: è antropologico. Alcuni episodi della contemporaneità rendono questo punto particolarmente evidente. Il caso Epstein, sul quale Magatti ha scritto un illuminante articolo, non è soltanto uno scandalo giudiziario o morale. Ha mostrato come potere, ricchezza e vulnerabilità personale possano intrecciarsi in reti opache capaci di esercitare pressione e ricatto su figure pubbliche e istituzioni. Non è solo la storia di un uomo e dei suoi crimini: è il segno di una fragilità più ampia, che riguarda i sistemi democratici e la loro crescente esposizione a forme di manipolazione sempre più sofisticate. La stessa fragilità emerge anche su un piano diverso quando Magatti guarda all’Europa: un continente che definisce “senza bussola”, sospeso tra la necessità di accelerare – per non restare indietro nelle grandi competizioni globali – e la difficoltà di ritrovare una visione condivisa del proprio futuro. Senza una bussola comune, anche le scelte più urgenti rischiano di ridursi a risposte tecniche o contingenti. Forse è per questo che, dopo otto secoli, la voce di Francesco d’Assisi continua a risuonare. Nella serie 2026 delle copertine di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato: il nome proprio riprende una delle tonalità della statua, mentre il cognome è nero. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784. Con la Pasqua alle porte, i nostri migliori auguri a tutti voi.
Mariella Palazzolo
Mauro Magatti è sociologo ed economista. Professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, insegna Processi sociali ed economici del capitalismo contemporaneo. Fondatore dell’Archivio della Generatività Sociale promuove – a partire da una lettura critica degli assetti contemporanei – un nuovo modo di pensare e di agire sul piano personale, organizzativo e politico. Già presidente di Common APS, attualmente presiede Poetica. Fondazione per la generatività sociale. Tra gli incarichi ricoperti: preside della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica (2006–2012), membro della Commissione centrale di beneficenza di Fondazione Cariplo (2014–2023) e segretario generale delle Settimane sociali dei cattolici italiani (2017–2023). Dal 2006 vive presso Eskenosen – Ospitalità, Bellezza, Spirito, un’organizzazione di volontariato impegnata nell’accompagnamento di migranti e richiedenti asilo verso la piena autonomia. Editorialista per il Corriere della Sera e Avvenire, tra i suoi libri più recenti figurano Generare libertà. Accrescere la vita senza distruggere il mondo (2024) e Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo (2025), entrambi scritti con Chiara Giaccardi.