Febbraio 2026, Anno XVIII, n. 2

DOVE LA GENTE SI IMMISCHIA

di Marco Sonsini

Il Chuormo è il luogo dove la gente s’incontra, 'où les gens se mêlent' come si dice a Marsiglia.

Telos: La filmografia italiana continua a essere finanziata con fondi pubblici per opere che faticano a incontrare il pubblico. Per quale motivo ritenete che un gruppo indipendente di “pirati” di Testaccio sia riuscito a interpretare i gusti degli spettatori meglio dell’intera filiera istituzionale del cinema italiano?

Chuormo: Semplicemente perché lo incontriamo davvero. Il Chuormo nasce a Testaccio, da cineasti a servizio dei cineasti: non è una questione di aver “capito il pubblico”, ma di stare dentro una comunità e un territorio. Il Chuormo esiste perché è radicato nelle persone: persone che tornano, si riconoscono, partecipano e che credono che un modo diverso di fare cinema non sia solo utile, ma necessario. Il sistema finanzia film senza pubblico perché il pubblico non rientra nel processo decisionale. Noi invertiamo l’ordine: prima la comunità, poi il film. Per noi il film è come il fuoco attorno al quale le persone si ritrovano: non un prodotto da consumare, ma un momento condiviso. Vogliamo restituire al cinema il suo valore di arte collettiva e di esperienza umana di condivisione. Perché il Chuormo è il luogo dove la gente s’incontra, “où les gens se mêlent” come si dice a Marsiglia.

Duemila soci, sale piene nei giorni peggiori, corti che raggiungono la sostenibilità economica prima della distribuzione. Che cosa dimostra davvero il Chuormo: che la crisi è del cinema… o di chi lo gestisce?

Chuormo dimostra che la vera forza trainante oggi è la comunità. Come nel romanzo a cui ci ispiriamo, il Chuormo nasce perché la gente si “immischiasse”, perché decide di "remare insieme per uscire dalla stessa galera". Non spettatori passivi, ma persone coinvolte in un processo comune. La crisi nasce da una gestione che si disinteressa della sostenibilità economica reale, demandandola a finanziamenti esterni e autorizzazioni preventive. Noi ripartiamo da lì: costruire sostenibilità prima, per poter fare cinema senza chiedere permesso a nessuno. Quando la comunità regge il sistema, il cinema torna ad essere libero e continuativo.

Le istituzioni continuano a ragionare solo in termini di imprese e tax credit. Perché secondo voi la politica culturale ha così paura di riconoscere che la produzione più viva oggi nasce fuori dai suoi criteri?

La politica culturale ha paura perché riconoscere ciò che accade fuori dai criteri significherebbe ammettere che quei criteri non intercettano più la parte viva del settore. Oggi la produzione più dinamica nasce in forme ibride: associazioni, comunità, spazi culturali, filiere informali ma strutturate. Il Chuormo non rifiuta l’economia, la pratica. Proprio per questo stiamo raccogliendo manifestazioni di interesse da parte di aziende che vogliono finanziare una filiera culturale reale, tracciabile, con impatto misurabile su pubblico e territorio.

Guardando avanti, il Chuormo vuole crescere o radicalizzarsi? In altre parole: volete diventare un modello replicabile… o restare un corpo ribelle che mette in crisi il sistema ogni volta che produce cultura?

Crescere e radicalizzarsi non sono opposti. L’idea del Chuormo è replicabile, ma è impossibile copiarla senza la comunità. I numeri, i format, persino i modelli economici possono essere studiati; ciò che non si replica per decreto o tramite un semplice investimento è l’associazionismo, il legame reale tra persone e territorio. Un’azienda, domani, non potrebbe rifarlo senza passare da quello: non perché manchino le risorse, ma perché manca la forma. Il Chuormo cresce proprio così: costruendo modelli esportabili solo se radicati, capaci di adattarsi ai luoghi e alle persone. È in questa tensione che restiamo radicali e, allo stesso tempo, sostenibili.

Editoriale

Non c’è la fotografia dell’ospite di PRIMOPIANOSCALAc di questo mese. Non per scelta grafica, ma per coerenza. Quando il soggetto non è un individuo ma un collettivo, l’immagine singola diventa riduttiva. È accaduto proprio a febbraio, ma del 2024, con One Army, accade oggi con il Chuormo: realtà che rifiutano la personalizzazione e rivendicano una forma plurale. Significa spostare l’attenzione dall’autore come marchio all’infrastruttura che rende possibile l’opera. Nel caso del Chuormo, questa infrastruttura ha un nome preciso: comunità. Il nodo del cinema italiano non è la scarsità di risorse, ma la distanza crescente tra produzione e pubblico. Negli ultimi anni la filiera si è strutturata attorno a meccanismi nei quali il finanziamento precede l’incontro con lo spettatore, e talvolta lo sostituisce. L’opera nasce già garantita da un sistema contributivo che ne tutela l’equilibrio economico a prescindere dalla sua effettiva qualità. Le esperienze che si collocano “fuori filiera” non rappresentano un gesto romantico, ma un tentativo di riequilibrio. L’assunto è semplice: prima si costruisce una comunità stabile, poi si produce. Non si tratta di intercettare una domanda astratta, o di finanziare i soliti noti ma di abitare un territorio culturale concreto. Chuormo ha un Manifesto, una dichiarazione d’intenti che mette nero su bianco questa idea precisa di comunità culturale. Il progetto “Cinema fuori filiera” ha messo a fuoco questa esigenza con chiarezza: non riformare un sistema che mostra limiti strutturali, ma generare un circuito parallelo capace di integrare pensiero, produzione e distribuzione. Ha creato una vera e propria architettura: sostenere un’opera attraverso un sistema di attività continuative, rassegne, laboratori, adesioni associative, che producono micro-risorse e, soprattutto, partecipazione reale. I risultati che emergono da queste esperienze indicano un dato difficilmente contestabile: quando l’offerta è coerente e radicata, il pubblico risponde. Sale riempite in giorni marginali, partecipazione stabile, produzioni che si avvicinano alla sostenibilità già in fase iniziale. La questione diventa inevitabilmente normativa. Tra Legge di Bilancio e Milleproroghe 2026 il legislatore è intervenuto sul tax credit cinema con un cambio di passo significativo. È stato evitato lo stop dello strumento, ma è stato confermato un tetto di spesa, introducendo un meccanismo di “tetto mobile” che consente al Ministero della Cultura di rifinanziare nel corso dell’anno il Fondo – 610 milioni di euro – in base all’andamento delle richieste. Contestualmente sono stati rafforzati i controlli per contrastare abusi e distorsioni. Era necessario. Per troppo tempo il tax credit è stato percepito come una fonte pressoché inesauribile di risorse, capace di sostenere opere che non sempre dimostravano solidità industriale o reale incidenza culturale. Ma la revisione tecnica non basta se non si accompagna a una riflessione più profonda sui soggetti che oggi producono valore culturale. L’impianto normativo continua a riconoscere come attori centrali le imprese di produzione, secondo un modello industriale novecentesco. Eppure esistono realtà associative che pensano, producono e distribuiscono, generando al contempo comunità continuative. Il Chuormo non propone una fuga dal sistema. Propone un’altra logica: densità invece di scala, partecipazione invece di automatismo, sostenibilità costruita dal basso invece che garantita a monte. I numeri possono essere replicati; il legame tra persone e territorio no. E che nessuna riforma potrà restituire vitalità al settore se non si ricostruiscono luoghi in cui le persone scelgano di immischiarsi. Non possiamo non concludere con un dovuto omaggio a Jean-Claude Izzo ed al suo romanzo Chourmo, che sa di porto, di vino rosso, di amicizie rumorose e di malinconie improvvise. “Chourmo” in dialetto marsigliese è la ciurma, la banda, quelli che remano insieme anche quando il mare è mosso. In questo senso Chuormo sembra raccogliere proprio quell’energia lì: la cultura non come piedistallo, ma come tavolo lungo attorno a cui ci si siede, si discute, si litiga e poi si brinda. Nella serie 2026 delle copertine di PRIMOPIANOSCALAc l’immagine si costruisce su una divisione netta. Da un lato il volto dell’intervistato, in bianco e nero. Dall’altro, la testa di una scultura classica in marmo trattata con colori pop. Due dimensioni che dialogano come parti della stessa idea. La stessa logica guida il nome dell'intervistato: il nome proprio riprende una delle tonalità della statua, mentre il cognome è nero. Il carattere scelto è il Didot, disegnato nel 1784. Questa volta, per raffigurare il volto del Chuormo abbiamo scelto una pizza.

Mariella Palazzolo

Chuormo è un collettivo cinematografico e una produzione indipendente. Pensa, produce e distribuisce cinema sotto la bandiera pirata che è anche il suo logo. Nato nel 2022 dall’incontro di giovani cineasti, il Chuormo prende il nome da una parola di origine marinara che indica la “ciurma”: un manifesto di remare insieme per uscire dalle secche. Accanto alla produzione di film indipendenti, documentari e opere di finzione presentate in festival nazionali e internazionali, nel 2023 il collettivo dà vita a Chuormo APS, un’associazione che promuove il cinema emergente aprendo una sede nel quartiere Testaccio a Roma, uno spazio ricavato da una sartoria dismessa e trasformato in sala cinema e laboratorio culturale. Qui il Chuormo costruisce proiezioni, dibattiti con gli autori, podcast dal vivo, festival, laboratori e rassegne che attraversano cinema, performance e musica, portando avanti una programmazione settimanale e mensile che mantiene viva la comunità cinematografica locale. Un’attività portata avanti in totale indipendenza economica e artistica, senza finanziamenti istituzionali, sostenuta dal lavoro dei suoi membri e dalla risposta del pubblico. Oggi il Chuormo è un punto di riferimento per una nuova generazione di autori e spettatori che vede nel cinema non solo un prodotto ma un gesto politico e umano: uno spazio di condivisione, contaminazione e resistenza culturale.