Gennaio 2026, Anno XVIII, n. 1

COSA C’È DIETRO IL PARAVENTO?

di Marco Sonsini

La satira ha la funzione, attraverso l’ironia e il paradosso di dare un libero giudizio critico; di svelare cosa c’è dietro il paravento.

Telos: Nel suo percorso personale e professionale, qual è stato il passaggio che l’ha portata a scegliere la vignetta come forma di racconto del presente?

Emilio Giannelli: Ho sempre avuto la passione del disegno, fin da bambino. Forse, essendo mancino, costretto dalla maestra a scrivere con la destra - come si usava ai miei tempi - disegnare con la sinistra rappresentava uno spazio di libertà. Da giovanissimo ho fatto tanti disegni: a partire dalle caricature dei compagni e dei professori fino a quelle sui giornalini locali e di contrada. A Siena per le vicende del Palio c’è una grande tradizione. La mia professione non ha avuto niente a che vedere con il disegno e le caricature. Avvocato, sono entrato nell’ufficio legale del Monte dei Paschi a 26 anni, assumendone la direzione nei primi anni ’80. È stato un lavoro impegnativo che ho fatto con molta passione. Mi è piaciuto. Ma nelle ore libere ho sempre disegnato. Un riposante diversivo. Ho cominciato la collaborazione con giornali nazionali con il Satyricon di Repubblica, per poi passare alla pagina dei commenti del Quotidiano, fino al 1991, ed approdare infine al Corriere della sera. All’offerta del direttore Ugo Stille di una vignetta sulla prima pagina del Corriere non potevo dire di no. Come ho già detto, mi piacciono le caricature, e per me la vignetta di attualità politica con le caricature dei leader è come dar vita con un disegno satirico al commento dell’uomo della strada. Da toscano, che vive in Toscana, a Siena, mi basta ascoltare la gente, sempre ironica e sarcastica, e l’ispirazione non manca!

Come descriverebbe questo suo secondo lavoro?

Vignettista di satira politica” è la definizione usata generalmente ed è senz’altro giusta. C’è chi dice “disegnatore satirico”, e chi “commentatore satirico”. La prima mi sembra la migliore, perché nelle altre manca il riferimento alla politica, che è il tema principale del mio disegnare.  Infatti sono molto rare le mie vignette “di costume”.

Cosa incide sulla possibilità di fare satira oggi?

I principali fattori –politici, culturali o sociali– che incidono sulla possibilità di fare satira sono le vicende della convivenza. La continua evoluzione della politica e del costume, ovviamente sia in senso positivo che negativo, non possono non essere oggetto di satira, poiché questa, a mio giudizio, ha la funzione, attraverso l’ironia e il paradosso di dare un libero giudizio critico; di svelare, in ogni occasione, cosa c’è dietro il paravento.

La crisi della democrazia attraverso una vignetta. Come la immagina?

Non serve immaginarla. Ho inteso dare un segnale concreto della crisi della democrazia quando ho disegnato una vignetta, pubblicata sul Corriere, nella quale si vede un Trump, presidente degli Stati Uniti, che arrampicatosi sulla famosa Statua della Libertà, le benda gli occhi.

Editoriale

C’è un gesto antico nel disegno satirico: sollevare il velo per mostrare ciò che si nasconde dietro. È un gesto che appartiene più alla sfera della democrazia che a quella dell’intrattenimento, più al pensiero critico che all’ironia fine a sé stessa. La satira, quella autentica, non consola e non addolcisce: disturba, incrina, mette a nudo. Chi meglio del primo intervistato di PRIMOPIANOSCALAc del 2026, Emilio Giannelli, uno dei più autorevoli vignettisti politici italiani, può spiegarci con chiarezza questa funzione profonda della vignetta satirica: non decorare il discorso pubblico, ma interrogarlo. Giannelli racconta il proprio percorso con una naturalezza che è già, in sé, una dichiarazione politica. Il disegno nasce come spazio di libertà personale, quasi come una forma di resistenza silenziosa, e diventa nel tempo uno strumento di lettura del presente. La vignetta satirica politica ha una storia lunga intrecciata fin dalle origini con la nascita dello spazio pubblico moderno. Già nel Settecento, quando la stampa periodica comincia a diffondersi e l’opinione pubblica assume un peso crescente, l’immagine satirica si afferma come strumento privilegiato di critica sociale e politica, capace di raggiungere anche chi era escluso dalla piena alfabetizzazione. In Inghilterra, William Hogarth è tra i primi a sistematizzare la satira visiva come racconto morale e politico. Le sue celebri serie di incisioni narrative, come A Rake’s Progress (1735) o Marriage A-la-Mode (1743–45), non sono semplici caricature, ma veri e propri cicli di denuncia contro la corruzione dell’aristocrazia, il cinismo delle alleanze sociali e il degrado prodotto dal potere e dal denaro. In opere come Gin Lane (1751), Hogarth utilizza l’eccesso e la deformazione per mettere sotto accusa le politiche pubbliche che favorivano la diffusione del gin tra le classi popolari, e trasforma una questione sociale in un atto d’accusa visivo contro lo Stato e le élite economiche. La forza di queste immagini sta nella loro leggibilità immediata: ogni dettaglio contribuisce a costruire un discorso politico senza bisogno di parole. Nell’Ottocento francese, con Honoré Daumier, la vignetta satirica diventa apertamente politica e assume una dimensione conflittuale con il potere. Pubblicate su giornali come La Caricature e Le Charivari, le sue litografie colpiscono direttamente il re Luigi Filippo e la classe dirigente della monarchia di luglio. L’opera più celebre, Gargantua (1831), raffigura il sovrano come un gigante obeso che divora le ricchezze del popolo mentre espelle nomine e favori: un’immagine talmente esplicita da costare a Daumier sei mesi di carcere e una multa. Nel corso del XIX e del XX secolo, la storia della vignetta satirica è costellata di esempi di censura e persecuzione. Durante il Secondo Impero francese, molte testate satiriche vengono chiuse; nella Germania guglielmina e poi in quella nazista la satira politica è progressivamente eliminata o piegata alla propaganda; nell’Italia fascista, dopo una breve stagione di tolleranza, la vignetta indipendente scompare quasi del tutto, sostituita da immagini celebrative del regime. Anche in epoche più recenti, la vignetta satirica continua a suscitare reazioni scomposte. Dal caso delle caricature di Maometto pubblicate dal Jyllands-Posten nel 2005, alle vignette di Charlie Hebdo, fino a episodi di censura più silenziosa ma altrettanto significativa in contesti democratici, il disegno satirico dimostra di mantenere intatta la sua capacità di toccare nervi scoperti. È in questa genealogia che si colloca il lavoro di Emilio Giannelli. La sua vignetta non è mai puro esercizio di stile, ma un dispositivo critico che si fonda sull’ascolto della realtà sociale. Come lui stesso suggerisce, la satira nasce dalla convivenza, dall’osservazione dei comportamenti, dall’ironia diffusa che attraversa il linguaggio quotidiano. La vignetta politica, nella sua apparente immediatezza, è il commento dell’uomo della strada, ma filtrato da una consapevolezza storica e culturale che la rende un atto pubblico, responsabile. Disegnare i leader, deformarne i tratti, collocarli in situazioni paradossali, significa restituirli alla loro misura umana, sottrarli alla sacralizzazione mediatica, riportarli dentro il perimetro del giudizio collettivo. In questo senso, la vignetta satirica diventa uno strumento di verifica della democrazia. L’immagine evocata da Giannelli, la Statua della Libertà bendata da un presidente che dovrebbe incarnarne i valori, è emblematica di questa funzione. Un piccolo aneddoto. Dopo alcuni tentativi, riesco finalmente a parlare al telefono con l’avvocato Giannelli. La piacevole conversazione trasmette con immediatezza la simpatia naturale e il senso dell’umorismo affilato che accompagna il tratto delle sue vignette. Ci accordiamo in modo semplice: io gli invio le domande via sms, lui risponderà per iscritto. Qualche giorno dopo arriva il manoscritto, scritto interamente in stampatello, con quella calligrafia inconfondibile che i lettori del Corriere conoscono da anni perché è la stessa che abita le sue vignette. In un’epoca di digitalizzazione pervasiva, ricevere risposte scritte a mano restituisce la sensazione di un lieve scarto temporale, un inatteso ritorno alla materialità del gesto.

Mariella Palazzolo

Emilio Giannelli è un vignettista satirico italiano. Coltiva fin da giovane la passione per il disegno e la caricatura. Esordisce come vignettista collaborando con giornali e riviste, tra cui la Repubblica (in particolare l’inserto Satyricon) e Il Quotidiano. Dal 1991 firma stabilmente la vignetta politica del Corriere della Sera, inizialmente nella pagina dei commenti e poi in prima pagina. Ha collaborato nel tempo con diverse testate e periodici, tra cui Epoca, L’Espresso e Panorama. Le sue vignette sono state raccolte in numerosi volumi, alcuni dei quali dedicati alla rilettura della storia politica italiana recente attraverso il disegno satirico. Il più recente è "Un'Italia da Vignetta" (2022), che raccoglie 30 anni di vignette per il Corriere della Sera, scritto insieme al giornalista Paolo Conti. Nasce a Siena nella Contrada del Drago da Fernando e Elena Falaschi, figlia di Enrico Falaschi sindaco di Siena a fine Ottocento e poi deputato del Regno. È stato principe delle Feriae Matricularum della goliardia senese nel 1960. Molto legato alla vita cittadina e alla tradizione del Palio, nel 2018 ha realizzato il drappellone per il Palio della Madonna di Provenzano. Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato, ed ha ricoperto, sin dal 1962, incarichi di responsabilità nell’ufficio legale del Monte dei Paschi di Siena e successivamente nella Fondazione MPS.  A lui è stata dedicata la pagina Facebook "Capire Giannelli" che dal 2015 analizza in chiave semiseria le sue vignette. Giannelli è nato il 25 febbraio 1936. Quindi arriviamo giusto in tempo per auguragli buon compleanno. Uno di quelli seri!