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Telosaes.it

Il Blog di Telos

11
Nov, 2016

Le elezioni si vincono (e si perdono) a sinistra? La vittoria di Trump lo dimostra

Lo scorso maggio avevo pubblicato un articolo nel quale esprimevo molti dubbi sulle reali potenzialità della candidatura di Hillary Clinton e sostenevo che solo Sanders avrebbe potuto battere Trump.

Le conclusioni dell'articolo nella sua interezza erano queste:

Il movimento conservatore ha conquistato non uno, ma due partiti: non a caso, un editoriale apparso sul Wall Street Journal definiva Hillary "la speranza dei conservatori". Il successo è completo... o no? Il problema è che la Clinton, come Goldwater, potrebbe perdere: e la sua sconfitta sarebbe ancor più bruciante, visto che l'avversario repubblicano sarà l'outsider Donald Trump.

I sondaggi parlano chiaro: Clinton e Trump sono appaiati in termini di voti popolari. Non solo: Trump è in vantaggio di 4 punti in Ohio e segue la Clinton di un solo punto in Florida e in Pennsylvania. Non sono Stati scelti a caso: nel 2012, al repubblicano Romney sarebbero bastati per conquistare la Casa Bianca. Gli stessi sondaggi indicano però che Sanders sopravanzerebbe Trump di circa 15 punti a livello nazionale e lo batterebbe nei tre Stati in bilico, proprio grazie al sostegno di quegli elettori indipendenti che la vulgata vuole rifuggano le posizioni "estremiste".

Un paradosso? No: gli elettori indipendenti non sono ipso facto "centristi": semplicemente non si riconoscono in nessuno dei due partiti. Se entrambi i partiti coprono la destra dello spettro politico, è fisiologico che gli elettori indipendenti siano a sinistra dei democratici anziché in un inesistente locus medius. I Democratici hanno costruito la loro egemonia nel Novecento grazie alla risposta socialdemocratica alla (Prima) Grande Depressione; se alla seconda continueranno a rispondere con parole d'ordine conservatrici, è fisiologico che abbandonino la classe media, immiserita e senza prospettive, alle lusinghe dell'antipolitica e di chi meglio la saprà interpretare. A cominciare dal miliardario prestato alla politica?

Ora che questa previsione si è avverata, ripropongo le considerazioni di allora, arricchendole con qualche osservazione. Gli Stati che hanno consegnato il collegio elettorale a Trump sono quelli della cintura industriale del Mid-West: Obama li aveva presi tutti tranne l'Indiana nel 2012, quest'anno Trump si è aggiudicato non solo l'Ohio ma anche la Pennsylvania, il Wisconsin e (se confermato) il Michigan, che non andavano a un repubblicano dagli anni Ottanta.

L'esito tuttavia ha un precedente: nella cintura industriale, la Clinton era già uscita sconfitta dalla sfida con Bernie Sanders, ovunque il voto delle primarie fosse aperto a tutti gli elettori (e non soltanto a quelli registrati come democratici) e l'8 novembre ha ripetuto il disastro perdendo, rispetto a Obama, più di un milione di voti nella regione tra la Pennsylvania e il Minnesota.

Attenzione: sono voti persi dalla Clinton, solo in parte guadagnati da Trump. Evidentemente, non era lei il candidato giusto per la classe operaia: e qualcuno può davvero stupirsene? Se un leader politico che ha sostenuto la globalizzazione e la delocalizzazione produttiva verso paesi a basso salario non è riuscito ad imporsi tra gli operai americani come candidato progressista credibile, è semplicemente perché non lo era!

Quegli elettori hanno dapprima gridato il loro entusiasmo per il programma socialdemocratico e protezionista di Sanders; inascoltati, hanno finito per mandare alla Casa Bianca un uomo d'affari che magari farà inorridire intellettuali e signore in eco-pelliccia, ma che ha avuto almeno l'astuzia di contestare il senso comune liberista sul quale repubblicani e democratici a Washington concordano.

Il Partito che ha espresso una candidatura così inadeguata come quella di Hillary Clinton dovrebbe riflettere su quello che è diventato: un cartello che raccoglie il voto di comunità socialmente emarginate e spende quel capitale politico a sostegno di scelte che premiano la grande industria e l'alta finanza. Forse l'establishment del partito democratico ha l'ambizione di sfruttare i flussi migratori come serbatoio di voti per costruire una maggioranza nazionale e ritiene che sia solo questione di tempo prima che le comunità immigrate (ieri irlandesi, italiane, polacche, oggi ispaniche) ridisegnino in modo permanente la geografia elettorale d'America.

Ma il vecchio trucco delle élite di costruire consenso lucrando sulle contrapposizioni identitarie non è esattamente il marchio di un partito progressista. E il sostegno inatteso alla candidatura di Sanders prima, la vittoria altrettanto sorprendente di Trump poi hanno mostrato che la maggioranza degli elettori rifiuta con rabbia l'agenda politica neoliberale e non è più disposta a tollerare candidati che la difendano: attende solo un partito progressista che si faccia carico di darle voce.

Le elezioni si vincono (e si perdono) a sinistra? La vittoria di Trump lo dimostra